immagineacqua1.jpgA CHE ACQUA GIOCHIAMO?

Dal 2003, una cabina di regia guidata dall’Autorità di bacino del Po ha invertito la pericolosa tendenza agli sprechi, soprattutto in agricoltura. Garantita la portata minima vitale del Grande Fiume.

Tutti ora si preoccupano del Grande Fiume spossato da un inverno poco generoso appena attenuato dalle piogge dei giorni scorsi. Una magra primaverile eccezionale che ha fatto sprofondare il livello del Po al Ponte della Becca e a Pontelagoscuro, punti di misurazione delle piene ora rimasti all’asciutto.

E così alla fine, dopo qualche settimana di attesa, il Governo, incalzato dagli agricoltori e dai gestori delle centrali elettriche, ha decretato lo stato di emergenza preventivo per il Centro-nord. Non è la prima volta che la paura di rimanere a secco sorprende le regioni più ricche d’acqua del Paese. Parliamo in ogni caso di campi inariditi mentre non sussiste un rischio per l’acqua potabile. Tutta colpa del tempo e del mitico cambiamento climatico? Non proprio.

I fiumi non sono alimentati solo dalle nevi che si sciolgono e il Po non trae la sua portata principale dal Monviso, ma dalle centinaia di sorgenti che drenano le falde idriche lungo il suo corso. «Falde che si stanno impoverendo al ritmo di decine di centimetri all’anno, perché tutti prelevano senza limiti e nessuno controlla», sottolinea Mario Tozzi, ricercatore del Cnr e conduttore televisivo.Insomma, fino a quando la natura è stata generosa nessuno si è accorto degli sprechi e dei prelievi abusivi. «Abbiamo fatto le cicale e ora ci accorgiamo dei nostri errori», sottolinea Michele Presbitero, 64 anni, geologo e segretario generale dell’Autorità di bacino del Po. L’ente pubblico che si occupa di un territorio vastissimo: 73.000 chilometri quadrati, sette regioni, 32 province, 3.210 comuni. Un territorio abitato da circa un terzo della popolazione italiana e che produce il 40 per cento della ricchezza nazionale. «In questa parte del Paese», aggiunge Presbitero, «non ci sono mai stati problemi d’acqua: oggi siamo di fronte a una crisi e non alla siccità. Ha piovuto meno: da una media di 1.200 millimetri di pioggia all’anno a circa la metà (un millimetro equivale a un litro per metro quadrato, ndr.)», continua Presbitero. «Una riduzione che ci deve fare cambiare atteggiamento. L’acqua ormai è un bene economico, ma rimane per fortuna di proprietà dello Stato che la dà in concessione d’uso».

Ecco chi beve di più Ma chi sono gli spreconi che si sono bevuti il Po? «Sprechiamo un po’ tutti. A Milano il consumo pro capite al giorno è di 500 litri, ma non è tanto l’uso potabile che preoccupa, quanto invece l’eccesso di consumo in agricoltura, dove finisce il 65 per cento dell’acqua», precisa Presbitero. Nella Pianura padana, grazie alla ricchezza di fonti idriche, si ottiene più della metà della produzione agricola italiana. Il sistema irriguo è nelle mani dei consorzi di bonifica, enti pubblici che gestiscono concessioni, derivazioni e canali. Si tratta di un reticolo di migliaia di chilometri con milioni di metri cubi che in gran parte defluiscono nelle falde. «Il problema è che la ricarica del sottosuolo avviene lentamente», chiarisce Presbitero, «mentre il prelievo avviene più velocemente».immagineacqua2.jpg  

La superficie irrigata, secondo l’Inea (Istituto nazionale di economia agraria), dalla metà degli anni ’90 si è attestata su circa 2,7 milioni di ettari. Ma in otto regioni (Molise, Basilicata, Abruzzo, Campania, Calabria, Puglia, Sicilia e Sardegna) emerge una preoccupante disparità tra le superfici ufficialmente servite dai consorzi di bonifica, circa 830.000 ettari, e quelle effettivamente irrigate, che risultano il doppio, 1,6 milioni di ettari, facendo emergere un sistema predatorio parallelo, che sfugge a qualsiasi tipo di controllo e gestione. In tutto il Paese sono scarse o inesistenti le informazioni sulle effettive disponibilità delle diverse fonti di approvvigionamento da parte dei consorzi. Non esistono dati aggregati sugli usi e sulle tariffe praticate dalla galassia dei consorzi di bonifica. Gli ultimi dati disponibili sono vecchiotti, risalgono infatti al 1991, ma sono comunque indicativi. 

 Ma chi paga veramente?

Secondo l’Irsa, l’Istituto di ricerca sulle acque, le entrate furono in quell’anno di 500 miliardi di lire, per il 40 per cento derivanti dall’irrigazione. Si può desumere che l’acqua per uso agricolo costasse intorno alle 10 lire o mezzo centesimo di euro al metro cubo (la media della tariffa per un metro cubo di acqua potabile è di 70 centesimi, un metro cubo di acqua minerale alle aziende imbottigliatrici costa 50 centesimi, ai consumatori 1.000 litri costano almeno 300 euro). Gli agricoltori non pagano l’acqua al consumo, ma a forfait, in funzione della superficie irrigata o delle portate concesse. Almeno nel 40 per cento dei casi, i contributi variano dai 5 ai 25 euro all’ettaro, e soltanto nel 10 per cento si va oltre i 50 euro.

Ma all’interno di queste percentuali ci possono essere grandi variazioni. Nella Pianura padana si può passare da 250 a 750 euro l’ettaro per anno; al Sud da 350 a 500 euro. «L’acqua destinata all’agricoltura per l’irrigazione», tiene a precisare Sergio Marini, presidente di Coldiretti, «costa meno rispetto a quella per usi civili, perché non è potabile; inoltre, ha funzioni produttive, come il metano utilizzato dalle industrie che è pagato molto meno rispetto a quanto sborsano le famiglie». Il problema oltre ai costi, è lo spreco.

La Coldiretti assicura che si sta impegnando promuovendo l’uso razionale dell’acqua. Con qualche risultato. «Se nel mondo il 70 per cento dell’acqua è destinata a usi agricoli, in Italia questa percentuale scende al 48 per cento e serve a non far morire il made in Italy alimentare, a salvaguardare l’ambiente e a garantire la gestione del territorio contro il rischio di desertificazione che interessa un terzo della superficie nazionale», precisa Marini. «Deve essere chiaro che se chiudono le imprese agricole per l’assenza di acqua si apre la strada al disastro economico e ambientale. Certo, molto deve essere ancora fatto, soprattutto nelle aree del Paese meno abituate a confrontarsi con il rischio siccità», ammette Marini, «dove stiamo lavorando per promuovere impianti di irrigazione più efficienti, come quelli a goccia, varietà più resistenti alla siccità e una migliore gestione dei tempi di irrigazione che tenga conto delle previsioni meteorologiche. Su questi obiettivi, anche in previsione di un’estate difficile, abbiamo avviato una collaborazione con l’Istituto di biometeorologia di Giampiero Maracchi».

 Nella valle degli orti

Nel bacino del Po maggiormente interessato dall’emergenza idrica si coltiva il 70 per cento delle pere italiane, il 50 per cento dei kiwi e delle pesche, il 30 per cento delle albicocche e dei meloni, il 20 per cento delle ciliegie e il 30 per cento dell’insalata. Ma anche la metà del pomodoro da conserva per un totale di 22 milioni di quintali, la quasi totalità del riso italiano su una superficie di oltre 200.000 ettari, quasi 80.000 ettari di barbabietola da zucchero e il granoturco necessario all’alimentazione di oltre 4,1 milioni di mucche che producono il latte, da cui si ottengono i più importanti formaggi italiani come Grana Padano, Parmigiano Reggiano e Provolone e anche per gli oltre 5,2 milioni di maiali dai quali si ricava la gran parte dei prosciutti di Parma e San Daniele. «Occorre evitare il rischio concreto che nelle campagne si ripeta il disastro del 2003, quando per effetto congiunto del maltempo e della siccità si sono superati i 5 miliardi di euro di danni». Proprio per evitare gli errori del passato, l’Autorità di bacino del Po ha organizzato, a partire dal 2003, una cabina di regia, con la presenza di amministratori locali e consorzi di bonifica. «Siamo riusciti a fronteggiare la crisi meglio che in passato», afferma Presbitero. «Un lavoro duro di confronto continuo sulla base di dati certi, che porterà a un accumulo di risorse nei bacini del 60 per cento in più rispetto al 2006. In questo modo potremo affrontare i due mesi critici, giugno e luglio, con una portata che va dai 250 ai 300 metri cubi al secondo a Pontelagoscuro. Un volume in grado di fronteggiare la risalita del mare lungo il delta. Un fenomeno che ha già provocato l’abbandono di 2.500 ettari di risaie. «Piano piano si sta affermando l’idea che l’acqua è un bene comune che va gestito secondo criteri di solidarietà. Non c’è più spazio per comportamenti predatori», ammonisce Presbitero.

Giuseppe Altamore (Famiglia Cristiana)