Il riscaldamento del Belpaese quadruplica quello del resto del mondo. I mari arretrano, desertificazione in agguato. Rinviare una politica nazionale sarà più oneroso che investire nelle bioenergie

Sabina Morandi
Se pensate che le conferenze internazionali non servano a niente date un’occhiata alle rassegne stampa dei giorni scorsi: ministri, imprenditori e sindaci hanno inscenato un’offensiva a tutto campo per prevenire qualunque decisione vincolante sulle emissioni di gas inquinanti – vedi carbone, rigassificatori e via dicendo… Dà un’idea della guerra sotterranea che, assicurano voci informate, si sta già combattendo sul documento ufficiale previsto per domani. Ma le vecchie armi spuntate – come l’evocazione della finta crisi del gas che due anni fa non ha avuto luogo – non riescono a rovinare il Pecoraro Day. Al ministro per l’Ambiente il merito di fotografare la crisi climatica incombente con due semplici numeri: il pianeta può assorbire 12 miliardi di tonnellate di anidride carbonica ogni anno e noi, in un anno, ne produciamo fra i 26 e i 28 milioni di tonnellate.

Il che significa che, anche dimezzando la produzione di gas serra, possiamo soltanto sperare di mantenere il disastroso status quo cui siamo giunti dopo decenni di incosciente razzia. Parte quindi con le migliori intenzioni la Conferenza nazionale sui mutamenti climatici che si tiene nella sede della Fao a Roma, voluta dal ministero dell’Ambiente e organizzata dall’Apat (l’Agenzia per l’ambiente e per i servizi tecnici).

A presenziare la cerimonia d’apertura il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano – che si dice «convinto che quello del cambiamento climatico e del futuro dell’ambiente sia uno dei più gravi e complessi problemi globali» e auspica «che l’Europa parli con una sola voce» – e il presidente della Camera Fausto Bertinotti che punta invece il dito contro le «inadeguatezze culturali» e le «resistenze dure, interessi che non hanno alcuna propensione per mutare lo status quo».

La stessa definizione di cambiamento climatico, secondo Bertinotti «sembra inadeguata perchè non dà l’idea del fenomeno, della sua gravità, dei rischi che comporta come la fame, la malattia, la povertà e le devastazioni». E se ci pensa il vicedirettore della Fao, David Harcharik, a ricordare che gli 852 milioni di affamati non possono che aumentare con il riscaldamento globale, è sempre Pecoraro Scanio a fornire i dati più agghiaccianti relativi al Belpaese, dati raccolti dall’Apat durante i seminari di preparazione.

E’ noto che sono i paesi affacciati sul Mediterraneo quelli che soffriranno più gli effetti del riscaldamento globale in Europa.

Già ora la temperatura in Italia è aumentata quattro volte più che nel resto del mondo (1,4 gradi negli ultimi 50 anni mentre la media mondiale è di 0,7 gradi in 100 anni) mentre le piogge sono diminuite (del 5% nell’ultimo secolo) esponendo al rischio desertificazione non solo le regioni del Sud ma anche la Pianura padana. In una spirale perversa che moltiplica l’effetto del cambiamento climatico con la cementificazione e l’incuria passate, aumenta anche il rischio idrogeologico: le zone più a rischio sono in Calabria, in Campania, in Liguria e nelle Langhe. Non va meglio per quanto riguarda le risorse idriche: i ghiacciai alpini hanno perso metà del loro volume e il 30% della loro superficie in meno di un secolo e il Po, come tutti i fiumi italiani, sta subendo riduzioni progressive della portata media, essenziale per garantire la salute del mare.

Già, il mare. Mentre un chilometro su 3 delle nostre coste è in arretramento e 33 aree costiere rischiano di essere sommerse nei prossimi decenni, l’Adriatico muore. «In attesa che qualcuno proponga una mega-pompa sottomarina per far ripartire la corrente del golfo di Trieste che tiene in vita il nostro mare» scherza Pecoraro «forse sarebbe il caso di mettere mano a una legge sulla protezione delle coste e introdurre misure razionali per rendere la pesca sostenibile».

Al terrorismo mediatico dei giorni scorsi – proprio domenica il presidente dell’Enel denunciava gli alti costi dell’opposizione ai rigassificatori e all’impiego del carbone cosiddetto pulito – il ministro dell’Ambiente risponde utilizzando il metodo del rapporto Stern che ha calcolato per il governo britannico i costi economici del cambiamento climatico. Viene fuori che, nell’ipotesi di un aumento di appena 1,5 gradi della temperatura globale, il “non decidere” in materia ambientale costerà al nostro paese 50 miliardi di euro all’anno. Se si verificasse la previsione più catastrofica, ovvero un aumento di 6 gradi, la spesa schizzerebbe a 200 miliardi di euro.

Per mettere in campo le azioni che ci consentono di tagliare le emissioni di gas serra (che invece di venire ridotte del 6,5 per cento sono aumentate del 12) servirebbero da 3 a 5 miliardi di euro l’anno da impiegare prevalentemente nel solare, nel fotovoltaico e nel recupero dell’efficienza energetica oltre che nel riassetto del territorio.
Nel sottolineare l’urgenza di una strategia e di un piano nazionale per la riduzione dei consumi e un adattamento sostenibile al mutamento ormai in atto, Pecoraro Scanio ricorda anche la necessità di aiutare i paesi in via di sviluppo che già soffrono per le conseguenze della crisi climatica «perché non si può immaginare di affrontare l’arrivo di 600 milioni di rifugiati ambientali soltanto attraverso politiche di ordine pubblico».

La Conferenza sui mutamenti climatici apre quindi con i migliori propositi. Un solo piccolo appunto: visto che l’Apat garantisce che l’intero evento è “carbon neutral”, cioè senza emissioni inquinanti, bisognava proprio utilizzare per la cartella stampa una borsa “made in Cina”? O forse le borse di tela sono state trasportate fino a Roma in bicicletta?