Dal protocollo welfare al basso costo del lavoro nei paesi emergenti. Intervista al sociologo Luciano Gallino, che spiega come si costruisce il paradigma del lavoro precario: minori diritti e salari inferiori per tutti 

«Altro che flessibilità e competitività, il problema reale è che occorre una politica del lavoro globale». Dall’Italia alla Cina. Si parte dal protocollo welfare e si finisce a parlare della riforma del mercato del lavoro cinese, con il sociologo Luciano Gallino. La precarizzazione del lavoro è un fatto globale. La «minaccia cinese» però – è la tesi di Gallino, e del suo ultimo libro, «Il lavoro non è una merce» (in uscita per i Tipi di Laterza) – è un paradigma costruito scientificamente da Unione europea e Stati uniti. «E senza una politica del lavoro globale – è la conclusione – nella scala sociale siamo noi a rischiare di scendere molto in basso, piuttosto che il contrario».

Partiamo dalla situazione italiana. Perché il protocollo del 23 luglio è insufficiente?

Il protocollo propone ritocchi minimi alla legislazione esistente e finisce soltanto per lambire il grande problema della precarietà che tocca molti milioni di italiani, giovani e meno giovani. La situazione politica non permette di fare di più, ma rispetto all’enfasi con cui è stato presentato mi sembra deludente, soprattutto nel suo tema di fondo, cioè il mercato del lavoro.

Molti economisti sostengono che il maggior ostacolo che priva i precari di un futuro è la rigidità dei contratti a tempo indeterminato. Anche sul precariato, come sulle pensioni, la questione viene posta nei termini di un conflitto tra garantiti e non garantiti. Cosa ne pensa?
Non capisco su cosa si fondino affermazioni del genere. Tutti i rapporti internazionali, compreso l’ultimo rapporto Ocse, sostengono che non vi è alcuna relazione tra la flessibilità, intesa come riduzione delle protezioni legali soprattutto per quanto riguarda il licenziamento, e l’aumento dell’occupazione. Prima di pontificare bisognerebbe leggere i dati. C’è anche un problema di produzione dei dati stessi. Basti pensare che la rilevazione sulle forze di lavoro dell’Istat non è censuaria, ma viene eseguita sulla base di un campione di persone, e per ciò stesso è imprecisa.
Che rapporto c’è invece tra la precarietà e la compressione dei salari?
Più si è precari, meno si guadagna. I lavoratori flessibili guadagnano 800 euro, spesso con periodi lunghi di discontinuità, contro 1100 euro di una persona a contratto a tempo indeteminato. L’aumento dell’occupazione, soprattutto per quanto riguarda i nuovi ingressi, avviene per il 50% con contratti a termine, e questo riguarda soprattutto i giovani. Poi certo sono coinvolti anche i meno giovani, e non dimentichiamo che tanto la flessibilità quanto la precarietà sono fenomeni che riguardano, specie con il part time, le donne.

La precarizzazione del lavoro è comunque un processo in atto in tutta l’Unione europea…
C’è una tendenza a ridurre le garanzie del lavoro stabile in paesi che si erano distinti storicamente per la protezione del lavoro, e penso, tra gli altri, alla Francia, all’Italia, alla Germania. La percentuale dei lavoratori precari, a vario titolo, è complessivamente del 25-30% sul totale dell’occupazione.

Come si spiega questo fenomeno?
Senza dubbio è un mezzo per comprimere il costo del lavoro perchè i precari sono più «mansueti» di altri lavoratori e anche perchè l’occupazione instabile produce un maggior numero di persone disposte ad accettarla. Tra i giovani sento dire con ricorrenza, «questo è il mondo…». Il fatto è che quel mondo lì è stato costruito. Poi c’è la competizione dei paesi emergenti, ma si tratta di una minaccia scientificamente costruita da Stati uniti e Unione europea.

Cioè?
I dati dicono che il 55% delle esportazioni cinesi è dovuta a fabbriche americane e europee che producono là per poi esportare qua. Un miliardo e mezzo di lavoratori, che hanno salari inferiori fino a venti volte i nostri, lavorano oltre 60 ore a settimana, senza diritto alcuno e senza sindacati, sono entrati in competizione con circa 5-600 milioni di lavoratori che hanno invece diritti e tutele. Ma si tratta di una minaccia scientificamente costruita. Tanto è vero che la legge di riforma del mercato del lavoro in Cina è stata oggetto di forti pressioni da parte delle multinazionali, e che il testo approvato è decisamente annacquato rispetto alla proposta iniziale.

Che scenario si profila dunque?
Serve una politica del lavoro globale, senza la quale i diritti, al posto di crescere in Cina per esempio, continueranno a ridursi in Europa. Questo è il problema, altro che flessibilità e competitività IL MANIFESTO