Parla il sociologo dell’organizzazione: «Il problema resta dare tutele a chi non ne ha»

patrizio-di-nicola.jpg«Il problema della precarietà oggi in Italia? Resta quello di fornire tutele a chi ne è completamente privo». Un auspicio che proviene da un vero esperto delle dinamiche del mondo del lavoro: Patrizio Di Nicola. Attualmente docente di sociologia dell’organizzazione e dei sistemi organizzativi complessi presso l’università “La Sapienza” di Roma, Di Nicola ha nel suo bagaglio anni di ricerca e di indagine in particolare sulla flessibilità del mercato del lavoro e sull’impatto di quest’ultimo sul sistema occupazionale.

«Ciò che è accaduto in Italia – avverte – è sintomatico. Nel nostro Paese si è avviato in modo accelerato uno smembramento del mercato del lavoro che nel resto d’Europa è stato accompagnato da un processo di crescita lento e laborioso. Per paradosso, in Italia, il lavoratore a tempo indeterminato, che ha già tutele, è il più garantito d’Europa, il lavoratore precario al contrario non ne ha affatto. Tutti gli strumenti contrattuali e legislativi sono pensati quasi in modo esclusivo per tutelare la figura del lavoratore dipendente. Gli altri? Non sono assolutamente considerati. Questo non è più accettabile».

Professore, la notizia lanciata dall’ultima conferenza europea sulla flessibilità allarma e inquieta. Neppure l’Istat, si è detto, riesce a calcolare il numero dei precari nel mondo del lavoro.Come è possibile che accada?
La verità è che non c’è alcun accordo neanche tra gli addetti ai lavori su quale sia il confine tra flessibilità e precarietà. Alcuni pensano che chi è flessibile è anche precario. Altri che c’è una netta distinzione tra flessibili e precari. Il punto è chiedersi: quand’è che un lavoratore si può dire flessibile? Quando ha la possibilità di scegliere i tempi del lavoro. E quando spende il proprio tempo meglio di quanto poteva fare un vecchio operaio. Occorre dunque fare una precisa distinzione tra lavoratore flessibile e flessibilizzato. Molti fanno un lavoro flessibile che viene valutato positivamente. Mentre invece ciò che è sotto gli occhi di tutti è che si impone un modello di lavoro flessibile a tutto campo e si tende a rendere flessibilizzato un lavoratore il cui tempo non è più congeniale ai propri bisogni ma solo ai tempi di produzione. In definitiva un vero ricatto. Questa è la gravità di questo momento sociale. E questa flessibilità certo non si può accettare.In Italia il dramma – dicono gli esperti – si fa non solo tragicamente economico ma anche «esistenziale». E il nostro Paese resta fanalino di coda rispetto all’Europa anche nell’applicazione di tutele per chi ne è completamente privo.

Concorda?

Non è proprio così. Vede, nel nostro Paese si è assistito a uno smembramento molto veloce di tutta una branca del diritto del lavoro che aveva in sé tutele e garanzie, ma, si badi bene, solo per il lavoratore dipendente. Oggi, per paradosso, il lavoratore dipendente italiano è il più tutelato rispetto al resto d’Europa. Il precario al contrario non vede riconosciuta alla sua condizione nessuna forma di garanzia. E’ questo il punto. Tutti gli strumenti contrattuali legislativi giuridici e assistenziali sono stati pensati per garantire la figura del lavoratore dipendente. Chi non ha mai avuto un lavoro del genere resta completamente privo di qualsiasi tutela. Questo non può essere accettabile. E questo oggi è il vero dramma sociale. Il problema resta non ridurre tutele a chi ne ha ma fornirle a chi ne è completamente privo.

Occorre aggiungere che la legge 30 in qualche modo ha compromesso ulteriormente una situazione già di per sé disastrosa…

Sulla legge 30 vorrei fare una riflessione complessiva. Non è stata la legge 30 ad introdurre il precariato in Italia. Se si va a fare un’analisi più approfondita si scopre che questa non ha cambiato molto il panorama del mondo del lavoro nel quale si pensi che già l’Isfol – se non sbaglio – contava ben 43 modelli contrattuali. Oltretutto mi sembra che spesso si taccia su ciò che è accaduto quando il ministro era Maroni. Anziché modificare la legge 30 il governo Berlusconi l’ha emanata e poi emendata fortemente. In sostanza ne ha profondamente modificato la struttura con una serie di regolamenti attuativi, cosa piuttosto anomala e che pochi denunciano. Inoltre, proprio la legge 30 è stata praticamente emanata monca di tutta una parte che riguardava gli ammortizzatori sociali. Ammortizzatori che non sono stati presi in considerazione non solo dal vecchio governo – che ha completamente stravolto il senso della legge scritta da Biagi, il quale voleva sì la flessibilità ma non la precarietà – ma anche dal nuovo. Una legge emanata monca, non per colpa degli estensori ma dei legislatori.

Una legge monca perché dunque mancante di tutta una serie di tutele per i lavoratori precari?

Esattamente. Monca perché mancante di quella parte relativa all’aspetto fondamentale delle tutele da garantire ai lavoratori flessibili affinché appunto non divenissero precari.

Professore dunque, a conclusione, quale consiglio si sentirebbe di dare per arginare i danni arrecati da una legislazione socialmente ingiusta?
Innanzitutto evitare che la flessibilità diventi una gabbia. Per fare questo basterebbe limitarne nel tempo il ricorso. Secondo: garantire stabilità per chi nella stessa azienda lavora da flessibile e per un periodo di tempo prolungato. Ancora: occorre che lo scambio sia positivo tra retribuzione e prestazione. Il lavoratore flessibile deve essere pagato di più di un lavoratore garantito. L’altro passaggio, che ritengo fondamentale, è che è necessario pensare ad ammortizzatori sociali che ammortizzino davvero i passaggi di transito tra un lavoro e un altro. Dunque occorre fornire un reddito di cittadinanza e formazione al lavoratore flessibile, e proprio per evitare che questo resti precario a vita.