Economisti e intellettuali a confronto sui tratti salienti dell’analisi del «nuovo capitalismo», con l’obiettivo di contribuire a una «credibile e organica iniziativa unitaria della sinistra in politica economica»

ioprecario.gifL’economia di questi anni è contrassegnata dalla precarietà. Una condizione contrattuale che mina alle fondamenta «modello sociale», convivenza, rappresentanza sindacale e politica e – alla fin fine – la stessa stabilità dell’Unione europea. Gli economisti di sinistra sono stati chiamati a illustrare diagnosi, e possibilmente anche proposte, per individuare – in vista della manifestazione del 20 – «le condizioni per l’avvio di una credibile e organica iniziativa unitaria della sinistra nell’ambito della politica economica».

Ne esce fuori uno scenario fatto di molte suggestioni diverse, a volte anche incompatibili, ma tutto sommato abbastanza chiaro. Il dato di partenza è infatti la crisi di consenso delle teorie variamente liberiste, incapaci di trovare riscontro nella realtà empirica, segnata «dalla prima riduzione dei diritti del cittadino e del lavoratore» da 60 anni a questa parte (Paolo Leon). Frutto di un azzeramento delle politiche economiche degli stati, privati degli strumenti per intervenire sulla situazione politica e sociale, in un quadro anche culturalmente impoverito («un’empiria senza princìpi»).

Per l’Italia è un disastro particolare, che ha visto aggravarsi il gap («-9% di Pil in 10 anni») rispetto agli altri paesi europei. Una «meridionalizzazione» del paese (Roberto Romano) conseguente all’«incapacità del nostro sistema economico di modificarsi» e verificabile nei bassi investimenti in ricerca e sviluppo («sempre rapportati alla specializzazione produttiva»; e «se si fabbricano cravatte»…). Ma riscontrabile anche nei «differenziali salariali all’interno della Ue» (Guglielmo Forges Davanzati), che fanno il paio con il costante peggioramento della bilancia commerciale. La spiegazione liberista accusa l’«elevato debito pubblico, che comprime investimenti e tassi di crescita», oltre che «il mercato del lavoro troppo rigido». Mentre è vero l’opposto: la «flessibilità del lavoro in uscita», quella che tanto piace a Confindustria, «comprime i consumi e quindi la domanda aggregata», in un circuito depressivo.

Tra i «misteri» italiani c’è anche il rapporto tra una bassa crescita e l’aumento dell’occupazione, quasi soltanto di tipo precario; mentre aumenta la popolazione come mai era avvenuto prima. I flussi dei migranti spiegano entrambi i fenomeni (Enrico Pugliese), mentre la ripresa delle migrazioni interne avviene «rovesciando i flussi delle rimesse». A salire al nord, oggi, sono soprattutto giovani laureati che vengono letteralmente «mantenuti a distanza» dai genitori. Andrea Fumagalli rivendica le sue origini «operaiste» sostenendo che «non ci sono più differenze tra politiche che intervengono sul mercato del lavoro e quelle sulla vita»; per teorizzare la «centralità della condizione precaria», cui occorrerebbe rispondere in termini di nuovo welfare, garantendo «continuità di reddito».

Chi mette però i piedi nel piatto è Marcello Messori, che non si offende per la definizione di «social-liberista». La scarsa crescita europea in questo inizio secolo non è per lui dovuta a una politica monetaria restrittiva, che «anzi mai come in questi anni è stata permissiva dappertutto»; prova ne sono i «tassi di crescita mondiale più alti di sempre». Per l’Italia, soprattutto, «è finita l’epoca» in cui l’import di beni capitali contenente innovazione faceva da stimolo alla «creazione di un settore simile»; l’Information communication technology (Ict) si è imposta al mondo, ma noi non siamo riusciti «né a produrla, né a utilizzarla». Siamo insomma un paese «inadeguato al nuovo modo di produzione», perché qui «la vera rigidità è il capitale (capitalismo familiare ‘chiuso’), insieme a diffusissime posizioni di rendita anche nel privato, un apparato amministrativo conservatore, un sistema sociale differenziato ma con comune percezione di aver da perdere dal cambiamento». Ne deriva una proposta in termini di «liberalizzazioni e ri-regolamentazione dei mercati», in cui l’accento non va sulla quantità ma sulla qualità della spesa pubblica. Di tutt’altro tenore è la relazione di apertura, tenuta da Jorg Huffschmid, dell’Euromemorandum Group. Qui la domanda fondamentale – «come portare la democrazia nell’economia» – trova risposta nella riproposizione di una visione keynesiana abbastnza classica; ma in modo consapevole («non dobbiamo reinventare la ruota per molt di questi problemi»).

Un’economia «eccezionale» come la nostra fornisce però contraddizioni in esubero. Emiliano Brancaccio si sofferma su quella tra «produttività del lavoro decrescente» rispetto ad altri paesi, con cui condividiamo però «la convergenza verso il basso dei salari nominali». Una situazione insostenibile, alla lunga, a causa della «divaricazione dei costi del lavoro per unità di prodotto». Il parallelo deficit di bilancia commerciale («è dai conti esteri che può arrivare la crisi dei conti pubblici») viene affrontato dal centrosinistra in termini di deflazione salariale. Salari già al livello più basso del continente, e su cui si può agire solo tramite «ulteriore precarizzazione del lavoro, approvazione del protocollo sul welfare e un tornare alla carica contro l’art. 18» (come nel «progetto Treu», sostenuto «anche da Veltroni»).

Lo sguardo sul globale arriva da Riccardo Bellofiore (relazione insieme a Joseph Halevi), che inquadra il «nuovo capitalismo» in modo «assai diverso da Revelli e Negri». Un nuovo «modello Usa» che riparte su «boom speculativi sostenuti dalla politica monetaria», un vero e proprio «keynesismo finanziario» travestito con slogan liberisti che produce «un consumatore indebitato, un risparmiatore terrorizzato e un lavoratore spaventato». Esiste un «problema strutturale», anche per l’Italia, di bilancia commerciale, per cui è necessario immaginare un’«alternativa di politica economica» rispetto alle ricette ideologiche liberiste; ma che presuppone «la capacità di dire qualcosa sulla spesa pubblica», ovvero «sul quanto e dove intervenire»; presupponendo naturalmente «un rapporto debito/Pil più elevato», perché si tratta di «finanziare prima di avere risultati reali»; possibile solo se si ha «credibilità».

Carla Ravaioli e Marcello Cini – «non economisti», si schermiscono – mantengono lo sguardo sulla globalità. La prima per ricordare «l’aporia insanabile della crescita illimitata dell’accumulazione capitalistica in un mondo finito», che si concreta nella «crisi ecologica: la più pericolosa, ma anche la più rivoluzionaria». Con un rimprovero ai «critici del capitalismo», che se ne dimenticano sempre. Il secondo per riandare all’importanza della «rivoluzione informatica», in cui avviene «un’appropriazione privata della conoscenza del tutto simile all’appropriazione privata delle terre con le enclosures del ‘600 inglese». Un processo che completa «l’assoggettamento di tutte le sfere della produzione al dominio del capitale». Quasi a ricordare che la «stabilità del posto del lavoro» è stata conquista recente del movimento operaio; oggi rimessa pesantemente in discussione. 

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Francesco Piccioni