Gli economisti “Rive gauche”: «Inflessibili si può. Ditelo al Pd»

di Angela Mauro

Non è vero che la flessibilità aumenta l’occupazione e riduce la disoccupazione. «Lo ha detto anche l’Ocse, in un rapporto del 2004, seppur non ammettendo fino in fondo l’errore…», incalza Antonella Stirati, dell’università di Roma Tre, una degli economisti della “Rive gauche” riuniti ieri a convegno a Roma, per un’iniziativa de il manifesto su “L’economia della precarietà”. E non è nemmeno vero che la flessibilità favorisce i giovani perchè movimenta il sistema garantendo che chi resta disoccupato, lo sia per un periodo meno lungo: «Evidentemente aumenta il numero dei disoccupati per brevi periodi», insiste Stirati. Dati alla mano, lo sforzo suo e degli altri economisti della Rive gauche è smascherare le teorie neoliberiste che regolano la vita moderna, fanno della precarietà una legge inaggirabile, assogettano la politica, anche quella di centrosinistra.

 Guarda caso, il convegno si tiene proprio all’indomani della dichiarazione di fedeltà di Veltroni alla politica di abbattimento del debito pubblico. E non a caso, Stirati, Emiliano Brancaccio, Riccardo Realfonzo, Paolo Leon, Felice Roberto Pizzuti e gli altri economisti della Rive Gauche sono firmatari dell’appello contro la riduzione e per la stabilizzazione del debito. Perchè una politica economica alternativa è possibile e va messa in campo. E questo è il compito della sinistra politica, i cui dirigenti sono stati invitati al convegno di ieri, non senza critiche da parte degli economisti.

L’Italia e gli altri paesi del sud Europa, è l’argomentazione di Brancaccio, soffrono di un «crescente gap di produttività» rispetto al nord Europa. Gap che determina «costi e prezzi più elevati, erode la competitività e produce grossi squilibri nei conti esteri. In assenza di una svolta di politica economica alternativa fondata sulla leva del debito e sull’intervento pubblico nella proprietà del capitale, si corre il rischio di una crisi commerciale che potrebbe costringere i lavoratori ad accettare ulteriori dosi di precarizzazione e compressione salariale». Luciano Gallino sonda le origini della moderna flessibilità, determinata dal forte potere “ricattatorio” dell’export cinese, prodotto secondo la formula che prevede salari bassissimi e nega i diritti dei lavoratori. «Ci vorrebbe una politica del lavoro globale per contrastare la precarietà – propone Gallino – con l’obiettivo dominante di far salire le retribuzioni piuttosto che consentire a chi ha un salario decente di subire la concorrenza di chi ne percepisce uno basso». Detto così, sembra un miraggio di questi tempi segnati, in Italia, da un protocollo sul welfare che, a dire di Pizzuti, «sta mettendo in seria difficoltà la sinistra e il suo processo di unificazione». L’imperativo è fare presto sull’unità e, conclude Pizzuti con un tono che non nasconde sconforto, smetterla con «l’autoreferenzialità della politica e dei suoi apparati non solo rispetto ai tecnici che potrebbero aiutarla ma anche rispetto al popolo della sinistra».

«Se in consiglio dei ministri il protocollo del 23 luglio arriva così com’è, non ci sono le condizioni per votarlo», è la replica di Franco Giordano e del ministro Paolo Ferrero. Meno perentorio Fabio Mussi al quale basta che il governo si impegni «a modificare il protocollo in Parlamento» per votare sì in cdm venerdì. Stesso tono per Alfonso Pecoraro Scanio che confida «nelle proposte di Prodi». Un quadro non proprio unitario, se si considerano le accuse del Pdci sui «brogli» nel referendum dei lavoratori, non condivise dagli altri alleati della sinistra, che però resta assolutamente compatta sulla volontà di modificare in Parlamento l’intesa del 23 luglio e sul percorso unitario. Tanto che Diliberto arriva a proporre di «cominciare a riunire insieme le segreterie dei quattro partiti, per dare un altro segnale di unità», Giordano ribadisce l’appuntamento degli «stati generali della sinistra modello social forum», Mussi rilancia con un «ci vorrebbe un partito subito».

A suonare la sveglia alla sinistra politica ci pensa Gianni Rinaldini che interviene al convegno degli economisti per dire che «vanno bene tutte le modifiche proposte al protocollo sul welfare, ma attenti: non è solo con questo che si risolve il problema di anni e anni di legislazione che di fatto permette la precarietà». Quanto alla Finanziaria, difendere quella del 2008, rispetto alla scorsa manovra, lascia il tempo che trova perchè, continua il leader della Fiom, «non è mai successo prima che le imprese ottengano così tanto da un governo in un solo anno e mezzo di legislatura». Bisognerebbe che la sinistra chiedesse una «verifica» al governo, incalza Rinaldini, «su cosa intende fare nei prossimi 12 mesi, per evitare di essere messa nell’angolo ogni volta, visto che, dopo l’incoronazione di Veltroni alle primarie del Pd il 14 ottobre sarà sempre peggio».

Il ministro Ferrero non condivide. E’ meglio concentrarsi su obiettivi minimi raggiungibili, dice, tracciando quelli che a suo dire sono i temi su cui puntare: «L’approvazione di una legge elettorale che rompa il bipolarismo secco e una legge sull’immigrazione». Ed è fuori luogo pensare ad una uscita della sinistra dalla maggioranza perchè «non sarebbe seguita da un colpo d’ala di movimento, vista la crisi sociale che c’è. Bisogna «aumentare le forme di conflitto sociale nel paese; coinvolgere in una logica di sinistra pezzi di società come il terzo settore, oggi sotto mire democristiane che ne vogliono fare elementi di stabilizzazione; e aggregare la sinistra politica rapidamente, non come partito ma in forme nuove, più adatte alla partecipazione». Ferrero conclude con una metafora: «Quando si sale su una bicicletta, bisogna studiare la strategia per riuscire a scendere senza spiaccicarsi sull’asfalto: fare una crisi di governo non aiuterebbe i lavoratori».

Situazione critica, lo riconoscono tutti. L’auspicio condiviso anche dagli economisti è che «dalla manifestazione del 20 ottobre – spiega Realfonzo – possa scaturire l’energia politica necessaria per indurre il governo a compiere significative correzioni di rotta nel campo della politica economica e per spingere la sinistra politica e sindacale a fare chiarezza sugli obiettivi prospettici che si prefigge». Da parte loro, gli economisti della Rive Gauche chiedono alla sinistra di riunirsi intorno ad alcuni capisaldi per comunicare al paese che un’alternativa di politica economica esiste ed è praticabile: «la stabilizzazione del debito pubblico, una nuova disciplina del lavoro subordinato, un rinnovato intervento statale nei settori decisivi dell’energia, ambiente, industria».

(Liberazione, 10 Ottobre 2007)