Se negli ultimi 5 anni le buste paga sono state tagliate del 10% dipende dalle scelte della borghesia, dei partiti riformisti e dei sindacati Ora ci troviamo di fronte a un dramma sociale che rischia di diventare irreversibile e mette in questione la stessa democrazia

Piero Sansonetti
Chissà se adesso qualcuno capirà che l’emergenza salari è vera, forte, non è una fissazione della sinistra; e poi capirà che questa emergenza non dipende dal destino, o da sfortunate coincidenze, ma dipende dalle grandi scelte politiche compiute in questi anni dalle classi dirigenti. Governi, partiti, sindacati.
La ricerca della Cgil, che ci informa del taglio netto dei salari (in soli cinque anni) di 2000 euro all’anno reali (cioè, più o meno, del 10 per cento) non fa che confermare dati e sensazioni che già conoscevamo. E che tuttavia riescono appena a sfiorare il dibattito politico, la lotta politica, l’informazione, le battaglie di opinione pubblica. Ora che le cifre sono chiare, indiscutibili, “enormi”, è possibile augurarsi che anche la Politica sia costretta a prenderne atto?
La perdita, da parte dei lavoratori dipendenti, di 2000 euro all’anno dalle loro buste paga, non è un semplice dato statistico. E’ la proclamazione definitiva di un dramma sociale. Che non consiste solo nell’inversione di una tendenza, che dal 1969 sino alla fine degli anni anni ’80 era stata costante – quella verso il miglioramento delle condizioni economiche e dei diritti delle classi lavoratrici – ma consiste nel fatto che il lavoro non è più una garanzia di non-povertà. Certamente il lavoro precario non mette al riparo dalla povertà, ma non lo fa neanche il lavoro fisso, protetto dalle leggi, dai sindacati e dallo Statuto dei lavoratori.

Non c’è dubbio che questo dato modifica l’intero panorama sociale che sta dinnanzi a noi, e pone alla sinistra (ma forse a tutta la politica italiana) una domanda drammatica: è possibile difendere lo sviluppo della democrazia senza affrontare la questione sociale e il problema della svalutazione del lavoro e delle conseguenze che questa svalutazione esercita sia sui modi della produzione, sia sulla stabilità della società? Più semplicemente: può una ricca società occidentale permettersi disuguaglianze sociali così forti, spostamenti così massicci della ricchezza verso l’alto, e una organizzazione dei poteri basata sul disprezzo e la non remunerazione del lavoro?
Non basta rispondere no a questa domanda. Occorre ragionare su quali sono le scelte che hanno portato a questa crisi. Sono tre. La prima è quella della borghesia italiana, che posta di fronte alle nuove sfide della modernità e della globalizzazione, non ha saputo mettere in discussione né se stessa né niente di ciò che la circondava se non il costo del lavoro. La borghesia italiana – pur divisa tra gli efficientisti montezemolini torinesi e i populisti berlusconiani – ha fatto muro su questa idea: per avere competitività bisogna ridurre il costo del lavoro, aumentare la flessibilità, diminuire i diritti. E per diminuire i diritti e le paghe si deve ottenere un radicale mutamento del clima culturale nel paese, spingendolo a destra, affermando principi “produttivistici” che fanno del profitto e del mercato gli unici meccanismi regolatori della vita pubblica e persino gli unici produttori di valori sociali. In questa opera, la parte maggiore l’ha fatta il berlusconismo, che si è dimostrato il più veloce, il più attrezzato anche dal punto di vista intellettuale. Per questo – sebbene la borghesia montezemolina sembrasse più moderata e colta, più capace di egemonia – alla fine Berlusconi ha potuto affermare la sua leadership (come si è visto chiaramente persino nelle spregiudicate mosse politiche degli ultimi due giorni, che gli restituiscono il timone delle manovre politiche moderate).
La seconda scelta decisiva è stata quella politica. Essenzialmente quella compita dai gruppi dirigenti della cosiddetta sinistra riformista, che nel giro di poco tempo hanno rinunciato del tutto al riformismo, trasformandolo in una versione appena edulcorata del liberismo, che ha aperto le porte all’idea che trasferire le ricchezze dal monte salari al monte profitti-e-rendite fosse una operazione che avrebbe aiutato la competitività e migliorato – attraverso nuove gerarchie classiste – la stabilità sociale e politica. Questa scelta è quella che alla fine è sfociata nella decisione di sciogliere i Ds, cioè il partito fondamentale del riformismo, e di dar vita a un nuovo partito “omnibus” a fortissima vocazione moderata.
La terza scelta, favorita dal nuovo riformismo-liberista, è quella compiuta dai gruppi dirigenti sindacali, cioè la cosiddetta concertazione (e la conseguente moderazione salariale), cioè l’accettazione che il peso della crisi e della trasformazione fosse accollato interamente alle classi subalterne, in cambio di una ipotetica – e mai realizzata – partecipazione alla gestione del potere.
Queste tre scelte sono state le fondamenta della seconda repubblica. E la storia della Seconda Repubblica, in termini sociali, è la storia del trasferimento di ricchezze dal basso verso l’alto. Difficile pensare ad uscire dalla crisi – e da questa restaurazione – e avviare una transizione verso la Terza Repubblica, se non si parte da qui: dall’urgenza di abbattere quelle tre scelte, che stanno portando l’Italia sull’orlo di una crisi sociale irreversibile.