Il rapporto dell’Isfol su formazione e lavoro in Italia. Le donne più svantaggiate 

Francesco Piccioni 

precari.jpgSi moltiplicano le ricerche su lavoro e salari in Italia. E tutte convergono verso la stessa conclusione: i salari sono ridicolmente bassi, il lavoro richiesto in cambio tanto e dequalificato, la precarietà avanza e si consolida.
I dai resi noti ieri dall’Isfol confermano con dovizia di dettagli questa situazione – non troppo paradossalmente, anche i ricercatori dell’istituto soffrono gli stessi problemi dei loro «indagati. E l’affiancano a dati meno noti sulle carenze della formazione (se c’è una pecca è nel non distinguere abbastanza nettamente tra il concetto di «istruzione» e quellodi «formazione»), che fanno però perfettamente il paio con la condizione lavorativa.

Gli occupati sono tanti – 23 milioni – e il tasso di disoccupazione è sceso al minimo storico del 6%. Ma altissima è anche la percentuale di chi è «inattivo» – non lavora e non lo cerca – pur avendone l’età. Le ragioni di questa «disaffezione» variano con l’età, ma in generale gli impieghi disponibili non rispondono alle attese (in particolare di giovani e donne). Molte offerte infatti riguardano «lavori poco o per niente qualificati», più del 50% prevedono contratti temporanei «in ingresso»; soprattutto, le retribuzioni sono al di sotto non solo delle attese, ma spesso anche del minimo necessario.

Questo e altri segnali indicano che «la crescita del sistema produttivo sta avvenendo in settori che generano cospique quote di lavoro a basso contenuto di ‘conoscenza’ e con poche prospettive di sviluppo di carriera». L’esatto opposto di quanto «narrano» diverse teorie sul capitalismo attuale.

Si espande quasi senza freni la peste del lavoro «atipico». Ormai il 10% dei contratti da lavoro dipendente è a tempo determinato (comprendendo anche l’apprendistato, l’interinale, ecc), mentre il 5,7% figura come «collaborazione». In totale si parla di una massa di popolazione variante tra i 3,5 e i 4,5 milioni (se si includono anche i «part time involontari» e quanti non sanno neppure riferire quale sia il proprio rapporto contrattuale). Alla fine, la precarietà tocca quasi un quinto della popolazione attiva.

La pratica sociale fa sì che gli stessi precari siano (al 28%) convinti che la loro condizione sia solo «un preludio a un rapporto di tipo permanente»; il 7% appena però lo trova anche «un periodo necessario di pratica e specializzazione professionale». Per il 48% la condizione precaria è vissuta invece come una trappola, visto che si sono visti rinnovare quel tipo di contratto almeno una volta.
A passarsela peggio, ancora oggi, sono soprattutto le donne. Il loro tasso di occupazione non arriva al 47% (l’obiettivo europeo, irrangiungibile, è del 60% nel 2010). Il loro ingresso nel mondo del lavoro avviene al 63% attraverso la porta stretta dell’atipico (era il 60% solo l’anno prima). Considerano l’orario di lavoro troppo lungo per essere compatibile con le esigenze familiari; è appannaggio loro l’80% dei contratti part-time; hanno salari inferiori del 15,8%, in media, rispetto ai loro colleghi maschi allo stesso livello di inquadramento. Eppure vanno di più a scuola, con più profitto. Soprattutto pagano la maternità: una donna su nove esce dal mercato del lavoro dopo il primo figlio; per un terzo di loro la ragione sta nel tipo di contratto e di orario.

Grandi differenze, come al solito, tra Nord e Sud anche per quanto riguarda la vera e propria «formazione al lavoro». In media vi si rivolgono 700.000 giovani, e ne restano anche soddisfatti in larga maggioranza. Ma al Nord vi accede il 91%; a sud solo il 10.
Un ruolo particolare va agli immigrati. Sono ormai 3 milioni, il 7% della popolazione attiva, presente nel 21% delle imprese ufficialmente registrate. Il loro costo del lavoro è mediamente il 24% più basso di un collega italiano. Evidente perciò il loro utilizzo anche in funzione di dumping sociale interno.
Gli «over 55», infine. Oltre il 31% di quanti non lavorano oltre questa età avrebbe voluto farlo, ma è stato messo fuori in seguito a crisi aziendali, trasferimenti o licenziamento. E non li vuole nessuno (altro che retorica stile Corsera sulle resistenze all’innalzamento dell’età pensionabile).