Garibaldo «L’esperienza del sindacato è un capitale da investire, non da lasciar consumare»

«Quando avevamo tutte le risposte, ci hanno cambiato tutte le domande». L’aforisma di Eduardo Galeano, riproposto da Umberto Romagnoli in apertura del convegno dell’IpL dedicato alla nuova «regolazione sociale del lavoro», è diventato un po’ la sintesi della condizione sindacale davanti alla globalizzazione. Una «crisi radicale», perché la logica della competizione internazionale – per definizione – travolge la contrattazione collettiva confinata (quando pure esiste) al solo ambito nazionale.

Lo stesso «mestiere del sindacato» – spiega Andrea Lassandari – consiste nel «cercare di sottrarre risorse al profitto per destinarle al salario»; ma da oltre 20 anni fa fatica a limitare il movimento opposto. E nel modello della flexicurity, che spazio troverà mai? Quello del «sindacato di servizio», rispondono già Cisl e Uil (e non solo loro); una sorta di grande «caf» che però non potrebbe pretendere il monopolio, soffrendo la concorrenza di normali aziende di consulenza private. Sullo sfondo c’è persino la perdita di ruolo politico nello scambio con lo stato sulle regole.

Francesco Garibaldo individua la dimensione della crisi e le sue cause nei colossali mutamenti degli ultimi 25 anni. Sono cambiati i «criteri di governance e le modalità di organizzazione dell’impresa», allentati i «confini dell’azienda» con la nascita della «catena di produzione» (ed è poi il «fiommino» Maurizio Landini a darne testimoninza concreta con il caso della vertenza Electrolux); si è trasformato il mercato e con esso anche lo stato, venendo meno le «strutture di tipo gerarchico» (lo stato-nazione su tutti) davanti a modi di relazione in cui la stessa capacità di «produrre norme» è sottoposta a un «regime di concorrenza». Lo sanno bene i dirigenti degli stati, costretti a «subordinare la propria azione alle esigenze generali della globalizzazione» e dei suoi attori principali: imprese multinazionali e capitale finanziario.

Per il sindacato è insomma diventato difficile persino stabilire «qual’è l’unità base della produzione»; incrinando anche i «princìpi di rappresentanza e organizzazione». Ancora una volta è il rapporto con lo stato a fare da cartina al tornasole: «fino a che punto il sindacato può accettare un compromesso che ha come fondamento la difesa della capacità competitiva delle imprese?», dove la «lealtà è dovuta all’impresa e al paese». Per Garibaldo – se si vuole «contrastare la concorrenza al ribasso» tra stabilimenti della stessa catena produttiva ma con base in diversi paesi – l’alternativa sta nella logica che riconosce «l’unica lealtà nei confronti dei lavoratori, a livello internazionale», allo stesso modo dell’impresa.

Va insomma affrontata di petto la contraddizione tra «un lavoro che mantiene una centralità oggettiva» (tutte le crisi politiche si svolgono intorno a regolazione del lavoro e welfare) e «un lavoro che è un nano politico e sociale». Non si parte però da zero. Dopo «l’ubriacatura degli anni ’90», oggi ci si accorge di nuovo che «non si può vivere senza un sistema di regolazione». Su questo tutte le forze in campo si battono per «controllare la formazione del nuovo sistema di regole», con soggetti però fortissimi come la finanza e debolissimi come il sindacato. Le chance per la ripresa sta allora in una constatazione: «ogni processo di globalizzazione richiede livelli di socializzazione dell’attività produttiva». Oggi a livelli mai visti prima. E’ un passaggio ben noto a tutti i movimenti alternativi, che nascono e crescono intorno alla ricerca di «differenti modalità di socializzazione». Con quale criterio, allora, possono essere affrontate le enormi disuguaglianze esistenti all’interno dello stesso perimetro (basti pensare all’Europa a 27)? Il sindacato storico è nato esattamente sullo stesso problema, e lo ha risolto – conflittualmente – quando è «riuscito a concentrare in un punto tutte le risorse».

Il bivio è insomma chiaramente delineato: «il capitale sindacale accumulato in un secolo può essere speso per innovare, innescando un nuovo processo, oppure consumato nella gestione burocratica del patrimonio, come fanno gli ultimi decadenti eredi di una famiglia ricca». Ma è una scelta, non un destino.