di Fabio Sebastiani
 «Alberto Bombassei ha detto chiaramente quale modello contrattuale vuole. Così, tra quindici anni sarà peggio che con le gabbie salariali».
 

A Bologna i comitati aziendali europei. La doppia sfida sui modelli contrattuali e sulla nascita di un vero sindacato europeo
Il segretario della Fiom: «Se non facciamo in fretta rischiamo di diventare un sindacato di mercato»

Il segretario generale della Fiom sceglie l’assemblea nazionale dei Comitati aziendali europei (Cae) per lanciare l’allarme sulla proposta del vice-presidente della Confindustria che pretende un contratto centrato sul livello aziendale. Parole molto chiare che mettono l’accento su un nervo scoperto, il ruolo del sindacato. Se la prospettiva è quella di dare al salario un ancoraggio legato all’azienda, cosa rimarrà delle organizzazioni sindacali che invece sul contratto nazionale basano gran parte della propria azione? Vale la pena di ritirare fuori, e Rinaldini lo fa, un tema che la Fiom nel 1998 sintetizzò così: la scelta è tra sindacato europeo e sindacato di mercato. Cioè, di fronte alla globalizzazione e alla riduzione degli spazi “nazionali” o le organizzazioni dei lavoratori sono in grado di fare un salto verso uno “spazio negoziale” più ampio oppure si dovranno ridurre a una piccola agenzia in grado solo di svolgere al massimo qualche “consulenza” in materia di relazioni industriali e nemmeno più in grado di limitarsi alla sola azione difensiva. E i lavoratori chi li rappresenta?

Mai come in questo momento il legame tra quanto si va discutendo a livello europeo sul mercato del lavoro, da un parte, e contratti nazionali appare così stretto. E se a Bruxelles si discute di flexicurity, mentre la Ces ha appena concluso un “avviso comune” con gli industriali europei in cui il contratto a tempo indeterminato sembra fare un passo indietro, forse è il caso di riflettere se davvero non sia giunto il momento di imprimere una accelerazione al confronto sindacale interno.

I due congressi appena conclusi, della Ces, a Siviglia e della Fem, a Lisbona, sono stati molto deludenti. «Forse un po’ meno il secondo», dice Gianni Rinaldini, e non solo per dovere di ospitalità vero il segretario generale aggiunto della Fem, Bart Samyn venuto fino a Bologna a spiegare che intanto qualcosa si può fare. Samyn parla di «spazio negoziale europeo» e di accordi aziendali conclusi dalla Federazione dei sindacati metalmeccanici europei con alcune multinazionali, come nel caso della Schneider. Qui si è riusciti a superare la barriera della semplice “informazione e consultazione” verso il cosiddetto “anticipo del cambiamento”. In pratica, se l’azienda multinazionale prevede una ristrutturazione o una delocalizzazione non può più limitarsi a comunicarlo ai rappresentanti aziendali ma deve convocarli per trovare insieme a loro il modo di evitarle. Non è poco, in una Europa in cui manca ancora il diritto di sciopero, e in cui le multinazionali fanno a gara per mettere fuori il sindacato sia attraverso la delocalizzazione ad Est, dove i sindacati stanno muovendo davvero i primi passi, sia attraverso il depotenziamento di uno strumento, quello dei comitati aziendali europei, appunto, che comunque c’è e pone delle precise domande al sindacato. Senza contare che sullo “spazio negoziale” la Commisisone europea avrebbe dovuto produrre un documento di indirizzo, che non ha mai visto la luce proprio a causa delle continue pressioni degli imprenditori.

La realtà dei Cae, intanto, sta crescendo in modo esponenziale. Dal 1998 ad oggi sono passati da 39 a 155. «Anni in cui c’è stato un forte attacco ai diritti – sottolinea Sabina Petrucci, che ha tenuto la relazione introduttiva a nome della Fiom-Cgil – e una ancora più decisa corporativizzazione delle multinazionali». Oggi si tratta di fare in modo non solo che il processo democratico prima e dopo le piattaforme attraversi queste strutture ma anche che il legame con il sindacato diventi più stretto ed efficace. La Fem, su questo, sembra avere tutta l’intenzione di voler osservare da vicino il percorso che sta facendo la Fiom. «Una particolarità tutta italiana», sottolinea Francesca Redavid, della segreteria nazionale della Fiom, nel suo intervento. «Oggi il punto – aggiunge – è come costruire un contratto europeo su alcune materie transnazionali». O, per meglio dire, «la cessione di sovranità», come sottolinea Nicola Nicolosi, del segretariato europeo della Cgil. «Non possiamo uniformare subito le piattaforme a livello europeo – dice Gianni Rinaldini – ma possiamo governare le scelte dei sindacati su alcune questioni fondamentali. E quindi i Cae non possono essere lasciati appesi lì, anche se non hanno potere negoziale».
Fra qualche mese la Commissione europeo comincerà a discutere, su richiesta del sindacato europeo, di revisione di questa forma di rappresentanza. «Gli imprenditori europei stanno facendo carte false per fermare questo processo», sottolinea Nicolosi.

Il processo aperto da Bruxelles sulla flexicurity, ovviamente, corre parallelo. Spogliata di tutti i suoi orpelli – e il professor Massimo Roccella dell’università di Torino, sembra tirarli via come i petali della margherita – rappresenta una norma che mira al licenziamento facile e basta. Anche perché, nessuno tra gli stati membri del vecchio continente sarà in grado di imitare il generoso welfare danese per quanto riguarda la “security”. Dopo i quattro documenti prodotti da Bruxelles sulla flexicurity (Libro Verde, due comunicazioni della Commissione europea a giugno e ad ottobre, “avviso comune” tra sindacato europeo e associazione imprenditoriale) a giorni si attende un pronunciamento del Parlamento europeo. Sarà in grado, come sottolinea Nicolosi, di scegliere il lavoro invece del “mercato del lavoro”?