Anna Bonni
La richiesta è pressoché unanime. Scorporare il ddl Lanzillotta dalla finanziaria. E una riunione serrata fino a tarda sera ieri ha discusso proprio se inserire o meno la nota riforma degli enti locali nella legge di bilancio. Proprio uno degli obiettivi che si è data la maggioranza su una delle riforme più controverse è stato quello di arrivare in aula alla camera con un testo “snello” lasciando fuori provvedimenti come il ddl sui servizi pubblici locali e quello che prevede l’istituzione dell’Agenzia per la cooperazione. Eppure restano i se e i ma e una dichiarazione dello stesso Chiti conferma che «non è stata ancora presa alcuna decisione».

Un dato è certo: quella riforma voluta fortemente dalla ministra per gli affari regionali e le autonomie locali è stata duramente criticata dalle forze di sinistra, da Rifondazione in primo luogo, nonché dai movimenti. Marco Bersani di Attac Italia è chiaro: «E’ necessario ritirare quest’emendamento». Le ragioni sono molteplici: a partire dal fatto che proprio la riforma di privatizzazione di tutti i servizi pubblici locali, già presentata in passato e impantanatosi nelle aule, ha un contenuto palesemente incostituzionale. «Nel metodo – dichiara in una nota il forum dei movimenti per l’acqua – e nel merito». Nel metodo perché si vorrebbe chiudere in pochi giorni una discussione che si trascina da molto tempo e che necessita invece di un confronto ben più ampio e approfondito. Nel merito perché il testo «non distinguendo tra i servizi a rilevanza economica e queli privi di rilevanza economica, legifera anche su questi ultimi, di esclusiva competenza delle autorità locali, come espressamente fatto rilevare la Corte costituzionale». Inoltre – precisa Bersani – si introduce la differenziazione fra società di erogazione e società di gestione delle reti, alla base del referendum abrogativo promosso da oltre 100 sindaci nei confronti della legge regionale lombarda e sulla quale pende un ricorso alla Corte costituzionale da parte dello stesso Governo. E così paradossalmente si è assistito ancora ieri a un nuovo vero duello tra il governo e la maggioranza e proprio sulla riforma ferma in parlamento da oltre un anno. In attesa delle decisioni dell’aula non mancano le critiche da parte degli stessi enti locali a una legge che trova al contrario il sostegno delle associazioni dei consumatori nonché delle imprese.

«La riforma in finanziaria – non hanno mancato di denunciare Udeur, Verdi, Rifondazione e Comunisti italiani – è una vera forzatura». La stessa Confservizi ieri, per opposte ragioni a quelle portate avanti dalle forze di sinistra nonché dai movimenti, è scesa in campo dicendosi fortemente contraria all’inserimento di quest’ultima nella legge di Bilancio.
Sta di fatto che, ieri, la commissione è andata avanti quasi ad oltranza e molto a rilento. Si è occupata dell’articolo 3 che prevede la riforma della tassazione Ires e Irap per le società. In particolare si è stabilita la riduzione dell’imposta sul reddito delle società dall’attuale 33% al 27,5%. Scende anche l’imposta regionale sulle attività produttive che dall’attuale 4,25% passa al 3,9%. Le riduzioni saranno compensate da un allargamento della base imponibile attraverso la modifica dei criteri di deducibilità degli oneri diretti che porterà ad un’invarianza di gettito. La norma punta anche ad un’armonizzazione del risultato economico ai fini del bilancio civile con il reddito imponibile ai fini fiscali, eppure solo a tarda serata i capigruppo si sono riuniti per decidere cosa fare sulla riforma Lanzillotta.

«Noi? – dichiara ancora il forum dei movimenti per l’acqua – Lo consideriamo un testo iperliberista. Neppure l‘Unione Europea si è mai posta il problema di mettere sul mercato la proprietà delle reti come invece avviene con questo emendamento. Come se tutti questi anni di mobilitazione sulla necessità di un ritorno alla gestione pubblica e partecipativa dei servizi pubblici locali non fosse avvenuta, come se la favola del “privato è bello” non fosse da tempo stata smentita da ricerche ed analisi, oltre che dall’esperienza di lavoratori e cittadini, si ribadisce una visione ideologica sulle virtù del mercato, sulla necessità dei privati, sugli effetti positivi della concorrenza». Ragioni tutte valide per dire no a una nuova normativa sui servizi pubblici locali che va a toccare in sostanza diritti sociali e della democrazia, di salvaguardia dei servizi di preminente interesse generale, oltretutto sanciti dalla Costituzione.