di Emiliano Fittipaldi

In Italia privati e comuni si contendono un affare che vale 2,7 miliardi di euro.
E appalti, bandi e crisi idriche finiscono spesso nel mirino dei pm
foto-espresso.jpgIl rischio di finire con l’acqua alla gola l’Italia non l’ha mai avuto. Sono ormai dieci anni che la penuria di oro liquido preoccupa esperti e amministratori locali, che devono fare i conti con piogge scarse e bacini trasformati in pozzanghere. Sia al Sud, dove l’ultimo rapporto dell’Autorità sulle risorse idriche indica possibili guerre tra territori poveri di risorse. Sia al Nord, dove inefficienze e sprechi portano la rete a perdere fino al 50 per cento dell’acqua immessa nelle condutture. Infrastrutture vecchie, cattiva gestione e furti, mali endemici del settore, non allontanano però i privati da un business che, con un giro d’affari annuo di 2,7 miliardi, fa gola a molti, da quando la legge Galli del 1994 ha permesso l’ingresso di imprenditori e società miste nella gestione delle neonate Spa. I 91 nuovi Ambiti territoriali ottimali hanno semplificato il sistema, e la necessità di investimenti per le infrastrutture (secondo Federutility servono 60 miliardi di euro per i prossimi 30 anni) ha attirato aziende come mosche al miele: controllare i servizi idrici permette di mettere le mani su fondi pubblici a nove zeri, con la possibilità di aumentare le tariffe per coprire i costi. Per ora l’opposizione dei comuni e dei cittadini ha limitato la carica di imprese e multinazionali, nemiche giurate di associazioni e partiti della sinistra radicale.

 L’ultima battaglia, dopo quella condotta a Napoli da Alex Zanotelli, si sta combattendo in Lombardia. Nel 2006 la Regione ha approvato una legge che di fatto rende obbligatoria la privatizzazione dell’acqua, una norma contestata dal governo Prodi che ha bloccato il progetto facendo ricorso alla Corte costituzionale. Formigoni deve vedersela anche con un decine di comuni che hanno chiesto, finora senza successo, un referendum abrogativo. L’arrivo di nuovi padroni e delle società quotate in Borsa fa, in effetti, paura a molti: l’assegnazione delle gare non sempre è stata trasparente, e gli scandali non si contano. L’ultimo è quello che ha investito i vertici di AcquaLatina, la società che controlla i servizi della provincia: per truffa aggravata e frode sono finiti in manette uomini di fiducia del gruppo francese Veolia e del gruppo Pisante, che controllano parte consistente del pacchetto azionario. Al centro dell’inchiesta le manovre per intascare illegalmente decine di milioni di fondi statali. Se i fratelli Ottavio e Giuseppe Pisante sono già saliti alla ribalta delle cronache giudiziarie durante Mani pulite (le loro società sono finite in diverse storie di tangenti e mazzette), ora ai domiciliari è finito, tra gli altri, il vicepresidente dell’azienda Raimondo Besson, anche amministratore delegato di Sorical, azienda leader dell’acqua in Calabria, e consigliere d’amministrazione di Acea Ato 2, la società del Campidoglio che cura la gestione del servizio idrico integrato di Roma e altri 111 comuni del Lazio.  

Ma dalla Campania alla Sicilia, privatizzazioni sospette, crisi idriche e appalti finiscono sempre più spesso nei faldoni dei pm. La battaglia di Benevento La guerra dell’acqua a Benevento scoppia il 22 novembre scorso. Senza nessuna dichiarazione preventiva, per dieci giorni 35 mila abitanti restano con i rubinetti a secco. La parte alta della città torna indietro di qualche decennio, sperando nei rifornimenti delle autobotti e mettendosi in fila davanti alle fontanelle dei quartieri ‘a valle’. “Tutta colpa dei signori dell’acqua, che non hanno saputo gestire la crisi. Noi temiamo che abbiano addirittura tentato di strumentalizzarla per interessi clientelari”, dice il presidente dell’Associazione Coordinamento delle contrade, Serena Romano, che ha fondato un blog per denunciare “il golpe idrico”. La Procura di Benevento ha aperto un’inchiesta, ma molti, in città, hanno già individuato i presunti responsabili.

La Gesesa, controllata per il 60 per cento dal colosso romano Acea, è l’azienda che cura l’approvvigionamento delle zone rimaste a bocca asciutta, ed è subito finita nel centro del mirino. Gli amministratori si dicono parte lesa, e hanno subito puntato il dito contro l’ente Molise Acque, da cui comprano l’acqua. Se l’ad Paolo Patrizi ipotizza che i problemi di erogazione siano collegati alla crisi del bacino del Biferno, qualcuno si spinge ancora più in là, ventilando che le spedizioni si siano ridotte non a causa della siccità, ma per un’oscura rappresaglia dei molisani. Lo scontro deflagra durante un incontro tra politici e tecnici delle due regioni, quando il prefetto di Benevento Giuseppe Urbano (travolto poi dall’inchiesta sui Mastella, al pari del sindaco Udeur Fausto Pepe) chiede conto ai rappresentanti del Molise delle voci che malignano di un’interruzione volontaria, seguita alla decisione della Regione Campania di localizzare a Morcone, a due passi dal territorio molisano, un nuovo sito di ecoballe.

“Ci siamo indignati”, dice il capo di Molise Acque, Pasquale Matteo, “noi molisani non ci mettiamo a fare guerre dell’acqua, non siamo barbari. La monnezza e i guasti non c’entrano: io credo che l’acqua sia andata a finire da un’altra parte, ma le responsabilità non sono certo nostre. I flussi, una volta entrati, vengono regolati dall’acquedotto campano”. In effetti, i dati del contatore del Valico del Molise non mostrano scostamenti di sorta nel mese di novembre: in uscita si registrano sempre 200 litri al secondo, e a Benevento ne servono poco più di 100.

 La Regione Campania, non ha fornito nessun dato ufficiale, né ai molisani né a ‘L’espresso’. Che ha invece trovato una lettera del prefetto di Napoli Alessandro Pansa sulla possibile emergenza idrica per Acerra e Casoria, anch’essi dipendenti dal Biferno. “Bisogna assicurare”, si legge nella nota, “ogni provvedimento necessario al fine di scongiurare gravi inconvenienti anche di ordine sociale a carico delle popolazioni interessate della provincia di Napoli”. Sarà un caso, ma la missiva è del 12 novembre: dieci giorni dopo Benevento resterà a secco. Dalla Regione bocche cucite, nonostante per trovare i padroni dell’acqua, in Campania, bisogna bussare a Palazzo Santa Lucia. L’oro blu è nelle mani dell’assessorato regionale all’Ambiente e dei quattro Ato locali. Da otto anni, l’Udeur ha chiesto e ottenuto la poltrona all’Ambiente e alle risorse idriche: ora l’interim è in mano ad Antonio Bassolino, visto che l’assessore Luigi Nocera è agli arresti domiciliari per l’affare Mastella. Prima di lui il ciclo integrato delle acque era stato gestito da Antonello Ruggiero, Federico Simoncelli e Ugo De Flaviis, tutti fedelissimi del sindaco di Ceppaloni. Senza dimenticare che l’Ato 1 Calore Irpino, in cui ricade Benevento, era presieduto fino a qualche mese fa da Pasquale Giuditta, pezzo grosso del partito a Summonte (Avellino) e marito della sorella di Sandra Lonardo. Anche la moglie dell’ex Guardasigilli ha avuto un ruolo nella crisi idrica di Benevento, gestendo in prima persona l’emergenza e caldeggiando l’intervento dell’acquedotto Alto Calore. “Ma chi personalmente sorveglia la condotta è Peppe Molinaro, un consigliere comunale Udeur”, chiosa la Romano: “È lui che ha le chiavi dell’acquedotto, ed è da lui che inutilmente attendiamo, da mesi, una spiegazione”. Privati alla siciliana Se in Campania l’acqua resta in mano al pubblico, in Sicilia la grande torta dell’acqua ha attirato tutti i big player nazionali e stranieri. Nell’isola che ha sempre sete, dove il controllo dell’acqua e dei pozzi ha fatto scoppiare un secolo fa le prime guerre di mafia, l’applicazione della legge Galli è andata spedita come in nessun altra regione italiana. Il servizio idrico è stato diviso in dieci fette: i consorzi comunali la fanno da padroni in cinque provincie su nove, ma a Caltanissetta impera da anni il colosso spagnolo Aqualia a braccetto con la società Galva, che fa capo ai Pisante. A Enna l’acqua è in mano a una società di Reggio Emilia, l’Enia, insieme a un gruppo di soci provenienti da tutto il Paese. A Siracusa c’è una società mista, la Sogeas: il 60 per cento è del Comune, il 40 per cento della milanese Crea-Sigesa.

Al vertice del sistema c’è invece Siciliacque, un azienda creata ad hoc nel 2004, quando il governatore Totò Cuffaro decise di farla subentrare all’Ente Acquedotti Siciliani nel cosiddetto ‘sovrambito’, il livello di gestione superiore agli acquedotti comunali e agli Ato. Un affarone nel quale si lanciarono in tanti: Enel, la francese Veolia, gli onnipresenti Pisante. Chi controlla l’acqua ha il potere, questa l’equazione di economisti ed esperti. Chi controlla l’acqua di Palermo, oltre ad avere un ascendente politico enorme, pare destinato a fare soldi. Non tanto nel settore dei servizi e delle tariffe, ma soprattutto in quello degli appalti per ristrutturazioni e impianti nuove di zecca. La storia di Siciliacque si interseca con quella di Aps (Acque potabili siciliane) il raggruppamento di imprese che ha vinto lo scorso giugno la gara per la gestione trentennale del servizio idrico della provincia di Palermo. Una gara con molte stranezze, finita nella lente d’ingrandimento dell’Antitrust e in un fascicolo della Procura di Palermo. La gara per l’assegnazione si è fatta quattro volte, ma solo l’ultimo bando è andato a buon fine. Ha partecipato solo un concorrente, ma i vincitori in realtà sono nove.

Secondo la requisitoria di Antonio Catricalà, presidente dell’Antitrust, un vero e proprio cartello. Si va da Acque potabili (la società controllata dalla municipalizzata torinese Smat e da Iride, ma da poco Intesa-Sanpaolo di Giovanni Bazoli ha fiutato l’affare ed è salita al 10 per cento del capitale) alla Mediterranea delle Acque spa, fino all’imprenditore pugliese Nicola Putignano, ex senatore socialista, oggi vicino allo Sdi. Non potevano mancare, ovviamente, i soliti Pisante, che partecipano all’8,4 per cento del capitale. Perfino la Conscoop di Forlì, cooperativa rossa emiliana, ha voluto essere della partita con un 7 per cento. L’intero iter della gara non convince l’Antitrust, che stila una lunga serie di contestazioni rimaste, per ora, solo sulla carta: la commistione tra affidamento di servizi e l’appalto di lavori, la restrizione della concorrenza, l’esclusione dal bando del capoluogo che rimarrà gestito dalla municipalizzata locale fino al 2021. Una finta gara decisa a tavolino tra imprese, provincia e Regione a danno dei cittadini? Catricalà non si sbilancia, ma critica duramente anche il doppio ruolo di Rosario Mazzola, nominato da Cuffaro commissario ad acta per l’approvazione del piano d’ambito e della convenzione della gara mentre era contemporaneamente consigliere di amministrazione di Mediterranea.

Chi comanda in Puglia Se a Palermo i magistrati potrebbero riaprire la partita, in Puglia le grandi manovre devono ancora cominciare. Secondo un vecchio adagio di Gaetano Salvemini, l’Acquedotto pugliese, primo in Europa e quarto nel mondo come numero di utenti , “non dà da bere, ma da mangiare”. Un carrozzone clientelare talmente poderoso che durante la prima Repubblica veniva considerato, nella spartizione delle poltrone, al pari di un ministero: investimenti monstre e macchina da consenso imbattibile, era una seconda Cassa del Mezzogiorno. Oggi le cose sono cambiate. Al potere c’è, per forza di cose, il governatore Nichi Vendola: la Regione controlla l’intero pacchetto di azioni della società. L’amministratore unico Ivo Monteforte, un tecnico, è stato però voluto dai Ds, dopo il fallimento della coppia targata Rifondazione composta da Riccardo Petrella, fautore di una ripubblicizzazione dell’acquedotto, e da Renato Scognamiglio. Nessun partito, però, si danna come un tempo per conquistare un ente che porta in dote più oneri che onori. Gli investimenti, nonostante gli stanziamenti pubblici arrivino a ben 800 milioni, sono fermi al palo, e gli appalti, su cui ruotano i veri interessi, languono. “I motivi sono due”, racconta un dirigente: “Da un lato manca una progettazione esecutiva, tra il personale scarseggiano ingegneri e periti. Dall’altro, non ci sono fondi sufficienti per cofinanziare i lavori da effettuare con i soldi dell’Unione europea“. Denaro che l’ex governatore Raffaele Fitto cercò di ottenere contraendo nel 2004 un prestito obbligazionario da 250 milioni di euro, ma il bond ha prodotto negli anni più che impieghi grandi sofferenze al bilancio. Il rischio di portare i libri in tribunale è sempre in agguato: i contenziosi con Impregilo e le piccole imprese che gestiscono in esterno i lavori ordinari pesano decine di milioni di euro, mentre lo scandalo-tariffe (aumenti del 7 per cento giustificati da investimenti che non sono mai stati effettuati: ora gli utenti vanno risarciti) potrebbe creare un rosso da 83 milioni. Potenzialmente, però, la gestione dell’acquedotto-colabrodo (le perdite d’acqua raggiungono il 60 per cento) resta un affare. Il Cipe e la legge Obiettivo hanno destinato centinaia di milioni per ristrutturazioni, nuove condotte e impianti di depurazione, lavori confermati dal ministero delle Infrastrutture. Impregilo, la Vianini dei Caltagirone e altri costruttori restano alla finestra. Senza dimenticare le multiutility francesi e italiane, Veolia ed Acea in testa, interessate alla gestione delle acque: se alle prossime elezioni regionali dovesse vincere la destra, la privatizzazione del gigante malato, che già nel 1999 Massimo D’Alema voleva affidare all’Enel, sarebbe più che probabile. ha collaborato Marcello Bellia

L’ESPRESSO 1 FEBBRAIO 2008