Scioperi in tutto il paese, la detassazione straordinari ha prodotto poco. Intanto si sono persi 50 mila posti

Sarkozy ha defiscalizzato gli straordinari, la sola decisione presa finora per tradurre in pratica la promessa elettorale «lavorare di più per guadagnare di più». Secondo la ministra delle finanze, Christine Lagarde, «più di mezzo milione di imprese» hanno fatto ricorso agli straordinari da ottobre a oggi, in particolare nell’industria e nel settore degli alberghi-ristoranti (367mila imprese hanno meno di 10 dipendenti. Per il personale, «lavorare di più» si è tradotto in un «guadagnare di più» tra «i 50 e i 120 euro netti al mese».

Ma il ricorso agli straordinari non ha riempito le tasche della maggior parte dei lavoratori francesi. Anzi. In questo periodo, si stanno moltiplicando le proteste per chiedere «più potere d’acquisto». Il movimento non riguarda solo i dipendenti pubblici, scontenti della proposta governativa di un aumento del solo 0,8% (mentre l’inflazione corre a più del 2% – a gennaio i prezzi sono aumentati del 2,39%). Nel pubblico impiego ci sono state numerose giornate di protesta negli ultimi mesi, sia per gli stipendi che contro i tagli al personale (28 mila funzionari di meno nel 2008, di cui 11.200 solo nella scuola). La protesta interessa ora anche il settore privato. Lunedì erano in sciopero i dipendenti l’Oréal, «perché anche noi lo valiamo»: chiedono un aumento del 9% e vogliono che sia collettivo, per tutti, mentre la società aveva introdotto la contrattazione individuale nel 2004. Per gli stessi motivi hanno protestato i dipendenti di Conforama (supermercato di mobili) e quelli di Air France, con scioperi a singhiozzo.  Le cassiere hanno organizzato la prima giornata di sciopero in tutta la Francia il 1° febbraio scorso. Anche nell’editoria c’è agitazione: a Prisma Presse e al Moniteur, dopo alcune giornate di sciopero, è stato ottenuto un aumento.

La maggiore sensibilità sui salari dipende dal fatto che le famiglie francesi si sentono sempre più povere: secondo l’Insee (l’Istat francese) per i redditi più modesti, la parte di spese «obbligatorie» (cioè l’affitto, le bollette, le assicurazioni ecc.) ha ormai raggiunto il 75% degli introiti, contro il 50% soltanto nel 2001.

Ma c’è di peggio. In questo periodo, alcune società stanno licenziando o minacciano di farlo. Non si tratta di imprese in crisi. Anzi. Siamo di nuovo di fronte a un’ondata di «licenziamenti di borsa», dovuti cioè a ragioni finanziarie, per produrre altrove a costi ridotti. Kléber-Michelin sta per licenziare 826 operai della fabbrica di Toul, anche se il gruppo di pneumatici ha chiuso un bilancio in crescita del 34%. A Toul la rabbia è tale, che due dirigenti della fabbrica sono stati sequestrati per ore da alcuni operai. Arcelor-Mittal, di proprietà del gigante indiano dell’acciaio, vuole chiudere l’impianto di Gandrange, dove lavorano 600 persone: anche se il gruppo ha fatto 7,5 miliardi di utili. A Saint-Dizier, la Unilever vuole «ristrutturare» la fabbrica di gelati Miko, licenziando 200 persone. Le assicurazioni Agf, dal 2001 controlatte dalla tedesca Allianz, hanno annunciato ieri 200 licenziamenti. L’anno scorso, le delocalizzazioni sono costate 50 mila posti di lavoro alla Francia.

Anna Maria Merlo

Parigi