Il prezzo dei prodotti necessari a sopravvivere in gennaio è aumentato del 4,8% contro il 2,9% dell’indice generale

salario.jpgL’inflazione corre. Anzi galoppa per i prodotti che l’Istat definisce ad «alta frequenza d’acquisto». In gennaio, a conferma del dato provvisorio diffuso il 5 febbraio, l’indice dei prezzi al consumo ha segnato un incremento dello 0,4% su dicembre, mentre rispetto al gennaio 20007 l’incremento tendenziale è salito al 2,9%, il più alto degli ultimi 7 anni, anche se ancora inferiore all’incremento medio europeo che si attesta al 3,2%.

Ma nei dati comunicati ieri c’è una novità assoluta: i prodotti ad «alta frequenza d’acquisto», cioè i prodotti che abitualmente i cittadini consumano tutti i giorni o quasi. Per «l’alta frequenza» l’aumento tendenziale schizza al 4,8%. Secondo lo studio Istat sono considerati «ad alta frequenza di acquisto» gli alimentari, le bevande, i tabacchi, le spese per l’affitto, i carburanti, i trasporti urbani, i giornali, la ristorazione fuori casa, le spese di assistenza, i beni non durevoli per la casa e i servizi di pulizia e manuntenzione per la casa. Si tratta di spese che (anche se non tutte) possono essere definite «necessarie» per la sopravvivenza.

Questo pacchetto di spese pesa per circa il 39% nel paniere dei beni e servizi rilevato dall’Istat. Che spiega come sistematicamente dal 2002 (l’anno di introduzione dell’euro) hanno registrato «aumenti superiori, a volte sistematicamente superiori, al tasso medio di inflazione». In ogni caso l’incremento tendenziale del 4,8% registrato in gennaio è il più alto degli ultimi 11 anni. Ma questo spiega anche come da anni la gente «comune» avvertisse che l’inflazione saliva più di quanto appariva dai dati ufficiali dell’Istat. Per anni si è parlato in modo generico di inflazione «percepita», ora sappiamo che quella inflazione non era solo percepita, ma reale.

Secondo l’Istat i beni che compongono questo sub paniere rappresentano il 39% del totale delle spese. Però occorre tenere presente che, trattandosi di spese necessarie, per milioni di cittadini la percentuale sale a livelli molto più alti (in alcuni casi fino a sfiorare il 100% della spesa) e pertanto l’inflazione media segnalata in questi anni è solo una verità parziale di quello che è stato l’andamento dell’inflazione. E, conseguenza più pesante, visto che dalle variazioni dell’indice dei prezzi dipendono gli incrementi dei rinnovi contrattuali e di quelli delle pensioni, decine di milioni di lavoratori e pensionati da anni vedono ridursi la loro quota di reddito. Come, d’altra parte, confermano le recenti indagini della stessa Istat e della Banca d’Italia.

Quasi nessuno dubita della correttezza dell’Istat nel rilevare le variazioni dei prezzi. Quello che è certo, però, è che l’indice dei prezzi al consumo «per l’intera collettività» fornisce una immagine distorta su come l’inflazione erode il potere d’acquisto delle varie classi sociali e di come il peggioramento si concentra su chi limita le spese d’acquisto solo ai beni ad «alta frequenza».

Tornando ai dati sull’inflazione, gli incrementi più significativi in gennaio (su base annua) sono stati rilevati nei trasporti e nei prodotti alimentari. Con punte del +12,3% per il pane, del 10% per la pasta, dell’8,7% per il latte. Sul fronte dei prodotti petroliferi l’Istat segnala il +12,5% del prezzo della benzina verde. Da segnalare anche il + 6,2% in più dei servizi a regolamentazione locale in parte (ma solo in parte) spiegabile con i tagli dei trasferimenti che «impongono» agli enti locali tariffe più alte