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 In tre anni aumenti anche del 22% In Italia ci sono 356 tariffe diverse 

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Una giungla. Di tariffe, regole, contenziosi.

Con aumenti incontrollati, investimenti non adeguati, cittadini insoddisfatti. Un problema ancora aperto quello del servizio idrico nazionale, a quattordici anni dalla legge Galli che avrebbe dovuto riordinare il settore, aprendo le porte ai privati. Oggi più che mai, nella Giornata mondiale dell’acqua.A mettere il dito sulla piaga, è, in primo luogo, il Coviri (Comitato per la vigilanza sull’uso delle risorse idriche), organo della pubblica amministrazione che risponde direttamente al Parlamento. Che non è l’unico «controllore»: prolificano ovunque comitati e associazioni di consumatori con l’occhio attento sui rubinetti d’Italia. Un movimento trasversale, confluito nel «Forum per l’acqua bene comune » che ha raccolto oltre 400 mila firme a sostegno di una proposta di legge per ritornare al vecchio servizio pubblico. «Era iniziato l’iter per l’esame alla Camera — spiega uno dei portavoce, Marco Bersani —. Per adesso un obiettivo è già stato raggiunto: il blocco di nuovi affidamenti alle Spa». Leggi il seguito di questo post »

Cronaca di un disastro politico e della catena degli errori e delle responsabilità di due giunte regionali e del governo L’eco “balla” dei rifiuti campani

ecoballe1.jpgEmergenza rifiuti uguale a cumuli di spazzatura, roghi o discariche presidiate dalla polizia, cittadini inferociti… Ma qual è la catena di errori, incompetenze e malaffare che in un quindicennio di fallimenti commissariali e con un buco finanziario di 2 miliardi di euro ha prodotto il disastro?

L’emergenza in Campania è stata dichiarata fin dal 1994, per la cattiva gestione dei rifiuti urbani e per l’illecito sversamento di rifiuti tossici, soprattutto in terre comprese fra le province di Caserta e di Napoli, provenienti da tutta Europa spesso con l’aiuto spesso delle ecomafie, camorra in primis. Su questi aspetti la magistratura e gli inquirenti sono al alvoro da tempo e ci diranno, quello che conosciamo, invece, è la catena politica delle decisioni. Leggi il seguito di questo post »

Anubi D’Avossa Lussurgiu

Professor Gallino, due cifre si sono abbattute sull’Italia: quella della media delle retribuzioni rilevata dall’Ocse e quella della stima sulla crescita del Pil nel 2008 fatta nella Trimestrale di cassa, prossima allo zero. C’è ora chi dice che per incrementare i salari occorre rilanciare la produttività: ma non è quest’ultima a rivelarsi fallimentare? E non ne è responsabile il sistema d’impresa?

Questa è una storia ormai lunga, di un decennio se non di più. Infatti la magnificata stagione delle privatizzazioni ha di fatto ridotto ulteriormente la dimensone della imprese italiane: non abbiamo più giganti industriali in senso stretto, paragonabili non solo a quelli che hanno Francia e Germania ma persino a quelli della piccola Svizzera. La verità è che adesso noi continuiamo ad essere abbastanza forti solo in quei settori che, nel mercato globale, diventano deboli: come gli articoli per la casa o l’abbigliamento di fascia media. Dunque, sì: la produttività è obiettivamente un problema. Ma non si può scaricarla sugli operai: è stata bassa anche e prima di tutto quella del capitale. Molto più bassa della media europea. Non c’è stata una politica adeguata di investimenti. E sono questi che mancano anche quando si parla di produttività del lavoro. Manca la formazione, sopra ogni cosa: in una recente e ampia inchiesta indipendente sui metalmeccanici, è emerso che solo il 20 per cento ha ricevuto formazione pagata dalla propria azienda. E per una media di 2 minuti al giorno. Qualcosa che lascia semplicemente sgomenti. Leggi il seguito di questo post »

14 – 15 – 16 MARZO 2008
FORUM ITALIANO DEI MOVIMENTI PER L’ACQUA
ACQUA PUBBLICA, DAL BASSO SI PUÒ!

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Il professore critica le idee di Giavazzi e il dibattito innescato da Ichino, candidato del Pd «Significa minare pezzi fondanti della democrazia. La legge va rivista, ma non sull’art.18»

Angela Mauro
Lo Statuto dei lavoratori va rivisto in alcune sue parti, ma proporne l’abolizione significa minare ai fondamenti della stessa Costituzione della Repubblica. Parla così Luciano Gallino, docente di Sociologia all’Università di Torino, intervenendo nel dibattito scaturito dalla scelta del Pd di candidare Pietro Ichino (favorevole all’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto) e ripreso da un editorale di Giavazzi che sul Corriere della Sera suggerisce a Veltroni di sostituire l’intera norma con regole più moderne. L’articolo 18 non si tocca, è il giudizio del professore: è uno dei «pilastri della democrazia italiana». Ma Gallino ha suggerimenti anche per la Sinistra Arcobaleno.

Lo Statuto dei lavoratori ha ancora senso?
Chi propone di abolire la legge 300 del ’70, meglio nota come Statuto dei Lavoratori, sembra non tener conto del fatto che è stato un tentativo, incompleto ma importante, di tradurre in legge specifica una serie di indicazioni che stanno nella Costituzione. Cito l’articolo 36, il 41, il 46 che parlano di diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità di lavoro, della possibilità di contribuire alla gestione dell’azienda e altre cose. Pensare di abolire lo Statuto significa abolire alcuni articoli della parte fondativa della Costituzione. Detto questo, ci sono delle parti da modernizzare, ma non nel senso in cui se ne parla… Leggi il seguito di questo post »

La contrattazione aziendale non tutela i lavoratori dal rischio di povertà

che riguarda per esempio le famiglie con figli. Il 17% subisce intimidazioni  

lavoro-in-fabbrica.jpgSottopagati, spremuti fino al midollo, pressati dai capi e senza nessuna voglia di rimanere al lavoro un minuto e un giorno di più. E’ questo il profilo delle moderne tute blu che esce dalla grande inchiesta dellla Fiom presentata ieri a Torino davanti al Comitato centrale. Una “grande inchiesta” nel vero senso della parola, visto che «sono stati raggiunti», come ci tiene a precisare Francesca Redavid, della segreteria nazionale, qualcosa come quattrocentomila.

Hanno risposto in centomila, tra lavoratori, lavoratrici, precari (10%) e migranti (3%). Il gruppo di lavoro (Garibaldo, Dazzi, Rebecchi, Mottura, Rubini, Stirati, Capecchi) è stato coordinato dalla dottoressa Eliana Como.

L’industria metalmeccanica ha circa 2 milioni di addetti e rappresenta il 40% della manifattura. L’impasto tra “vecchio e nuovo” nella condizione del lavoro del terzo millennio è il tratto fondamentale che esce dall’inchiesta. Chi intende discutere di produttività e di salario forse dovrebbe dare una occhiata a queste tabelle prima di sparare facili ricette. Tanto più se alla base c’è la classica operazione di “scambio”. Giorgio Cremaschi, che ha tenuto la relazione introduttiva, lo spiega fin troppo bene. «Non c’è più spazio per una politica che mette in relazione l’incremento della busta paga con il peggioramento delle condizioni di lavoro». Leggi il seguito di questo post »

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