La contrattazione aziendale non tutela i lavoratori dal rischio di povertà

che riguarda per esempio le famiglie con figli. Il 17% subisce intimidazioni  

lavoro-in-fabbrica.jpgSottopagati, spremuti fino al midollo, pressati dai capi e senza nessuna voglia di rimanere al lavoro un minuto e un giorno di più. E’ questo il profilo delle moderne tute blu che esce dalla grande inchiesta dellla Fiom presentata ieri a Torino davanti al Comitato centrale. Una “grande inchiesta” nel vero senso della parola, visto che «sono stati raggiunti», come ci tiene a precisare Francesca Redavid, della segreteria nazionale, qualcosa come quattrocentomila.

Hanno risposto in centomila, tra lavoratori, lavoratrici, precari (10%) e migranti (3%). Il gruppo di lavoro (Garibaldo, Dazzi, Rebecchi, Mottura, Rubini, Stirati, Capecchi) è stato coordinato dalla dottoressa Eliana Como.

L’industria metalmeccanica ha circa 2 milioni di addetti e rappresenta il 40% della manifattura. L’impasto tra “vecchio e nuovo” nella condizione del lavoro del terzo millennio è il tratto fondamentale che esce dall’inchiesta. Chi intende discutere di produttività e di salario forse dovrebbe dare una occhiata a queste tabelle prima di sparare facili ricette. Tanto più se alla base c’è la classica operazione di “scambio”. Giorgio Cremaschi, che ha tenuto la relazione introduttiva, lo spiega fin troppo bene. «Non c’è più spazio per una politica che mette in relazione l’incremento della busta paga con il peggioramento delle condizioni di lavoro».

 Come emerge dalla ricerca, ben il 60% degli intervistati pensa di non riuscire a proseguire questo lavoro oltre i sessanta anni e, rispettivamente il 30% e il 34%, intravede un peggioramento per l’impresa e un rischio occupazionale concreto. Il dato sulla condizione delle donne, circa il 20% del campione, poi, che lavorano più dei loro colleghi maschi, hanno qualifiche più basse, prendono meno soldi e in più devono sopportare una condizione precaria di fatto oltre a doversi occupare del lavoro di cura casalingo, forse racconta meglio di tutti in che cosa consista la tanto osannata (quanto inesistente) società post-fordista. Erano anni che non circolava nel sindacato una ricerca così poderosa e approfondita nel settore della manifattura.

 L’ultima che si ricordi è quella promossa dall’allora segretario dei metalmeccanici Luciano Lama nel 1959 al momento di passare dai chimici ai metalmeccanici. L’indagine odierna ha comunque il pregio di aver intercettato ben il 44% dei non iscritti. Il titolo scelto dalla segreteria della Fiom, “La voce di centomila lavoratori e lavoratrici”, è quanto di più esemplificativo si sia potuto trovare in un momento come questo in cui il rapporto tra il sindacato e i lavoratori appare così sfilacciato e difficile. Il 50% degli intervistati dichiara di non aver conosciuto o di non essere mai entrato in contatto con un rappresentante della sicurezza.

C’è proprio la voce delle tute blu in queste quarantatre pagine di grafici. Anzi, per meglio dire, il loro grido di dolore. A partire dal salario, che ha un importo medio di appena 1.246 euro (1.197 per la fascia tra i 36 e i 45 anni, 1.100 per i precari). Le donne segnano il punto più basso: la “mitica” cifra inferiore ai 1.100 viene spartita dal 52% di loro con il 27,6% degli uomini. Comunque una donna su tre guadagna meno di mille euro al mese. E tutto questo, si badi bene, anche se il 78,6% del campione ha al suo attivo il famoso premio di risultato, conquistato attraverso la contrattazione di secondo livello. La contrattazione aziendale, quindi, non tutela i lavoratori dal rischio di povertà, che riguarda per esempio le famiglie con figli, un quarto del campione. L’anzianità di servizio, poi, non muta sostanzialmente il quadro.  

Ben quattro dei nove capitoli della ricerca sono dedicati alla condizione di lavoro, cinque se si considera anche quello sulla sicurezza. Il quadro che ne esce è piuttosto paradossale. Sarà per questo che circa la metà degli intervistati vorrebbe lavorare meno ore di quelle effettive. Un operaio su cinque, comunque, lavora normalmente oltre le normali otto ore al giorno, soprattutto nelle piccole imprese. Interessante la questione del famoso sabato lavorativo che coinvolge quasi il 60% delle tute blu. I tre settori più interessati dalla flessibilità sono l’informatica, le aziende che producono mezzi di trasporto e gli installatori. Ma è nel capitolo sulla “ripetitività e parcellizzazione del lavoro” che si scoprono altri elementi interessanti. In sostanza ne viene fuori un profilo della prestazione da anni ’50.  

Tanto che c’è posto anche per le intimidazioni, subite dal 17% del campione. Più del 65% ritiene di eseguire lavori ripetitivi e il 25% denuncia movimenti sotto i trenta secondi. A questo dato, “vecchio”, si accompagna il “nuovo” con l’87% delle risposte che indica il rispetto delle procedure di qualità. «Poco più della metà delle lavoratrici e dei lavoratori intervistati ritiene che il proprio lavoro implichi lo svolgimento di compiti monotoni – si legge nella ricerca – soprattutto tra gli operai (circa il 60%), ma in parte anche tra impiegati, in particolare nei livelli meno alti di specializzazione (il 50% degli impiegati inquadrati fino al quinto livello). Anche in questo caso, le più penalizzate sono le donne, sia che facciano le impiegate sia che lavorino come operaie, a qualsiasi livello di inquadramento».

Per Gianni Rinaldini, segretario generale della Fiom, “la voce di centomila lavoratrici e lavoratori” deve diventare la base della iniziativa sindacale futura. Nel momento in cui «vogliono eliminare il contratto nazionale e ridefinire il ruolo del sindacato e la sua stessa identità», forse c’è bisogno di riprendersi le posizioni perdute. «Se avessimo concesso le deroghe sul contratto nazionale in favore del secondo livello – dice Rinaldini, riferendosi alla trattativa terminata a gennaio sul rinnovo del contratto nazionale delle tute blu – avremmo probabilmente preso più soldi senza un minuto di sciopero». E’ proprio nei singoli luoghi di lavoro che occorre stare. Per la Fiom, non per approdare a uno slogan ma per aprire il confronto «sul rilancio della contrattazione» sulle condizioni concrete e quindi sul rinnovamento della rappresentanza sociale. Parola questa che non può essere per tutte le stagioni ma di nuovo conio. Tutto si tiene, pare di capire dalle parole di Rinaldini, che ha tenuto le conclusioni dell’iniziativa. «Tutto ciò incrocia il confronto in Confederazione (Cgil, ndr)», dice. «Per un sindacato quando si discute di impianto contrattuale si discute dell’essenza», conclude Rinaldini. Il 12 marzo in Cgil ci sarà il confronto sul rinnovo dei modelli contrattuali.