Quando la riunione plenaria conclusiva si è aperta con cinque o sei ore di ritardo ed è stata subito interrotta, s’è sentito il sapore della farsa. Della farsa, o quanto meno del caos che regnava all’interno del palazzo della Fao se comincia una plenaria senza la delegazione europea. Erano le 18 e 50, e l’imbarazzante stallo ancora non si era risolto. Riprendono, alle 19 e 30, con la protesta dei delegati che, sostengono «non sono stati sufficientemente informati». Alle 20 l’approvazione del rapporto del Comitato plenario, il primo documento finale della Conferenza, viene bloccato dall’Argentina, che non vuole vedersi imposte regole sulle restrizioni all’export. Poi Cuba e Venezuela parlano di «supposta maggioranza» per ben due volte, e i toni sono durissimi. «E’ disdicevole continuare così, non pensiamo più a quelli che soffrono» tuona il delegato del Congo. 

E’ in questo clima che viene approvata la dichiarazione finale, dopo 72 ore di trattative e l’opposizione dell’Argentina ha fatto aggiungere la sua dissociazione, in coda al documento: un clima da Wto, ovvero da organizzazione mondiale del commercio, che non ci si aspettava certo di trovare all’interno del palazzo di un’organizzazione dovrebbe occuparsi della fame nel mondo. Così, dopo la passerella dei capi di Stato, i vergognosi banchetti e le photo opportunity, ieri alla Fao è stato il giorno della resa dei conti.

Certo, fin dalle prime ore della mattina è stato subito chiaro le cose non erano così lisce come le stanno dipingendo i telegiornali. Sul documento conclusivo – che doveva essere pronto già in mattinata – si è scatenato un braccio di ferro imprevisto durato tutto il giorno. Prima si è messa di traverso l’Argentina, che rivendica il diritto dei paesi produttori di sospendere le esportazioni in caso di grave crisi alimentare. Poi si sono impuntati i paesi del G77 – ovvero i più poveri ma anche Cina, India Brasile e Argentina – a rifiutarsi di firmare un documento dal quale sono sparite le riflessioni sulle speculazioni finanziarie e sono ricomparse invece, pesantemente, tutte le indicazioni sul ciclo di Doha. Insomma: visto che dal ’99 il Wto non riesce a sbloccarsi nelle sedi appropriate ecco che qualche genio ha pensato bene di farlo rientrare dalla finestra della Fao incontrando, com’era prevedibile, esattamente lo stesso tipo opposizione. Davvero scandaloso il paragrafo che condiziona gli aiuti per l’agricoltura all’adesione di un ciclo di negoziati – appunto Doha – che nelle sedi opportune è stato respinto per ben due volte, a Cancun e ad Hong Kong.

Una dichiarazione pessima che spiega lo spettacolo imbarazzante delle ultime ore, dove i generici appelli alla sovranità alimentare sono smentiti dagli inviti a «utilizzare il meno possibile strumenti restrittivi che possono incrementare la volatilità dei prezzi internazionali». Insomma, se decido di accumulare derrate alimentari per evitare la carestia rischio di falsare il mercato più dei traders che scommettono sui prezzi futuri della borsa di Chicago. Chissà cosa intendono con la parola “sovranità” gli estensori del documento. Un tantino di prudenza sui biocombustibili che «vanno ancora studiati» ma che sono certamente «un’opportunità», per non fare arrabbiare i brasiliani. Un po’ di «assistenza tecnica per incrementare la produzione agricola» che sta per biotecnologie, ovvero agrobusiness, e qualche spicciolo per i piccoli agricoltori che «vano aiutati», sempre che i loro governanti accettino di piegarsi ai dictat Wto. Peggio di così è difficile fare.

La bozza della dichiarazione finale, circolata in mattinata, aveva già fatto infuriare i rappresentanti dei piccoli agricoltori, dei pescatori artigianali, degli indigeni e delle organizzazioni della società civile e i movimenti sociali riuniti in conferenza stampa per portare le conclusioni del controvertice Terra Preta. Bisogna dire che il clima era già incandescente per il trattamento che viene riservato loro in questo vertice: il “dialogo” con quelli che sono poi i veri protagonisti delle politiche agricole, e che rappresentano anche numericamente la realtà più consistente del pianete, si è ridotto a una stretta di mano nell’atrio e a un saluto in sala stampa da parte del direttore generale Jacques Djouf. Niente male come processo di consultazione democratica. Del resto la Fao smentisce i propri stessi tecnici che in una sala parlano di aumento della produttività e in un’altra s’indignano per «il perdurare della fame visto che adesso ci sarebbe da mangiare per tutti» come ha detto la responsabile del Pam. Ma se la produzione non è in calo e la domanda è soddisfatta, cos’è che genera la crisi dei prezzi?

Per Maryam Rahmanian di Cenesta (Iran) sono semplicemente i risultati della strategia perseguita da Banca Mondiale e Fondo Monetario fin dal ’96, quando cominciò l’assalto alla sovranità alimentare. A questo bisogna aggiungere il cambiamento climatico, l’avvento dei biocombustibili ma, soprattutto, la speculazione sui future alimentari che sta portando i prezzi alle stelle. Al primo posto della piattaforma di azione collettiva la coalizione internazionale mette infatti «il blocco immediato di questo tipo di scambi chiedendo ai governi di avviare procedimenti giuridici a favore delle vittime dell’emergenza alimentare e contro gli speculatori». Rahmanian sottolinea anche il ruolo che i piccoli agricoltori possono giocare nella lotta al cambiamento climatico «perché sono parte della soluzione, e non del problema». Resta il fatto che, «mai, come in questo vertice, i veri attori della crisi non hanno trovato voce».

Flavio Valente di FIAN (la sigla che riunisce movimenti e cooperative sociali del Brasile) non ha dubbi: se vengono proposte le stesse soluzioni di sempre, quelle che hanno portato alla crisi, è perché in realtà «ci sono due agende, una dei piccoli agricoltori, il cui ruolo viene riconosciuto solo nominalmente, e l’altra che punta a mettere sotto il controllo delle grandi imprese l’intero mercato alimentare globale» e in quest’ottica la crisi è un’opportunità che nessuno ha interesse di risolvere. «L’esclusione totale della società civile» sottolinea Valente «era necessaria per perseguire il proprio obiettivo, che non è risolvere la crisi alimentare ma sbloccare i negoziati di Doha» ed è per questo che vengono proposte soluzioni che non solo non garantiscono la sovranità alimentare ma la riducono direttamente come un’ulteriore estensione delle monoculture destinate all’export, gli agrocombustibili e i monopoli, sempre più rafforzati dall’impiego della chimica e dei semi sotto brevetto. Per Ndougou Fall di Roppa, il sindacato agricolo dell’Africa occidentale che rappresenta da solo 45 milioni di contadini rivendica «il diritto di proteggere i mercati locali dall’invasione dei prodotti delle multinazionali» e si domanda perché, «dopo aver riconosciuto l’importanza dei piccoli agricoltori per la sicurezza alimentare, per la lotta al cambiamento climatico e per il mantenimento della biodiversità, poi si è deciso di imboccare tutta un’altra strada». Come i rappresentanti delle altre organizzazioni presenti alla conferenza stampa – da Oxfam al Movimento Sem Terra, da Friends of Earth al World Forum of Fisher Peoples passando per Via Campesina – anche Fall sottolinea l’assenza di dialogo: «I nostri paesi sono colpiti duramente dalla crisi, per questo sono qui. Speravamo di interagire con le autorità visto che siamo protagonisti quanto gli esperti, ma l’interazione non c’è stata».

Come evitare che la crisi attuale sia utilizzata dalle elite politiche ed economiche come quella del 1974 che, come, ricorda il documento conclusivo dell’International NGO/CSO Planning Committee for Food Sovereignity, venne utilizzata per frammentare le istituzioni internazionali e lanciare la devastate stagione dei piani di aggiustamento strutturale? Prima di tutto è necessaria l’istituzione di una Commissione sulla sovranità alimentare sotto l’egida delle Nazioni Unite, formata dai rappresentanti dei governi e delle organizzazioni di contadini, pescatori, indigeni e pastori, in cui vengano identificate in modo collegiale le strategie per uscire dalla crisi. In secondo luogo ci si propone di chiedere, in tempi brevi, che I governi «avviino procedimenti giuridici a favore delle vittime dell’emergenza alimentare, tendendo in considerazione, attraverso procedimenti criminali, le società e le istituzioni (inclusi i governi), le cui azioni, traendo profitto dagli input dei prodotti agricoli, hanno legato alle comunità il loro diritto al cibo». Una dichiarazione di guerra alla speculazione, insomma, in attesa che «la crisi alimentare venga finalmente trattata come un crimine contro l’umanità» come ha concluso Herman Kumara (Sri Lanka) rappresentante del Forum mondiale dei pescatori artigianali.

Chi si pensava che lorsignori avrebbero fatto qualcosa per scongiurare la carestia globale era destinato fin dall’inizio a rimanere deluso, ma certo nessuno si aspettava di assistere a questo spettacolo. Evidentemente, secondo la logica ormai nota del “capitalismo delle catastrofi”, il vertice sulla crisi alimentare serviva solo ad aprire la strada a «un serio tentativo dell’agenda delle corporation, di mettere le mani sulle Nazioni Unite» come ha detto Antonio Onorati di Crocevia. Un tentativo che è riuscito sulla carta, ma al prezzo di sacrificare quel minimo di credibilità che i governi – e le Nazioni Unite – ancora avevano. E’ passata la solita lista di regole inapplicabili che i governi – e lo dimostra la mezza rivolta che ha accompagnato la faticosa l’approvazione finale – non potranno mai rispettare. Perché i contadini puoi anche non farli parlare ma i loro governi sanno che alla fine è con loro che dovranno fare i conti: nel caos alimentare provocato dai fondamentalisti del libero commercio, gente che non arretra nemmeno di fronte alla prospettiva di una carestia globale, soltanto i contadini potranno darci da mangiare.