Francesca Marretta

Londra
L’Irlanda ha votato «nil» al referendum sul Trattato di Lisbona con il 53,4 per cento di voti contrari contro il 46,6 per cento a favore. Una bocciatura non imprevista del testo firmato nel 2007 dai leader dell’Unione europea e ratificato da diciotto paesi su ventisei, che propone una versione rivista della Costituzione europea già respinta nel 2005 da francesi e olandesi.
L’esito della scelta democratica di circa il 40 per cento dei tre milioni di cittadini irlandesi aventi diritto al voto, ha provocato un terremoto politico in Europa ed ha avuto come immediata reazione una flessione dell’euro, che ieri ha toccato nei confronti del dollaro Usa il minimo mensile a 1,5307. 
Effetto delle turbolenze politiche in vista nei cieli d’Europa, i cui governi sembrano aver avuto come prima reazione un monito di disappunto, ma non inviti alla riflessione sull’espressione democratica di cittadini europei. Eppure la campagna per il “si” al Trattato in Irlanda ha messo insieme un ampissimo schieramento di governo e opposizione. Il “no” al Trattato è stata una battaglia politica del partito nazionalista irlandese di sinistra Sinn Fein, attivo in Eire e Ulster, e del movimento di opinione Libertas guidato dall’imprenditore Declan Ganley.

Un fattore che dovrebbe indurre forse una considerazione più rispettosa dell’esito della consultazione popolare. 
Gerry Adams, leader dello Sinn Fein, che vede nel voto «la fine del Trattato di Lisbona», ha invitato il premier irladese Brian Cowen ad «ottenere ora un miglior accordo non solo per l’Irlanda ma anche per il resto d’Europa», sottolineando che «il no è la base per un nuovo negoziato» ed è il segno che «la gente vuole un’Europa sociale ed un trattato più democratico». 
Concetti confermati a Liberazione dall’esponente di punta dello Sinn Fein ed Eurodeputata nel gruppo della Sinistra Europea Barbara de Brùn, secondo la quale l’affluenza alle urne del 40% non è affatto bassa (come hanno indicato diversi analisti europei, ndr.), dato che in Irlanda per consultazioni elettorali l’affluenza è stata minore. 
«Questo dimostra quanto conti per i cittadini irlandesi ed europei essere chiamati ad esprimere la propria opinione su vitali questioni democratiche. Il significato di questo voto è che c’è un gran lavoro ancora da svolgere in Europa. C’è bisogno di soluzioni migliori per l’Irlanda, l’Europa e per i paesi in via di sviluppo. Le questioni principali erano democrazia, neutralitá e servizi pubblici. Il voto ha mostrato che non si puó prescindere dall’ascoltare la voce di paesi come l’Irlanda su questioni come quella dell’opzione militare (l’Irlanda è neutrale). Il voto indica inoltre che non si possono ignorare questioni centrali come quella dei diritti dei lavoratori. La gente è preoccupata. E non solo l’Irlanda la pensa in questo modo. Non mi sembra che il significato dell’esito delle consultazioni in Francia e Olanda tre anni fa sia stato diverso». Barbara de Brún ha commentato anche l’atteggiamento tenuto dal governo irlandese durante la campagna referendaria. «C’è stata una vera e propria mancanza di informazione da parte del Governo sulle questioni centrali del referendum. Tutta l’enfasi è stata posta sul presunto antieuropeismo del “no”. Noi abbiamo cercato di informare il piú possibile, poi la gente ha fatto la sua scelta. Il dibattito è stato vivace, il che dimostra che c’è un forte interesse alla dialettica politica e democratica».

Il Primo Ministro Irlandese Brian Cowen ha accusato il campo dei sostenitori del “no” di aver distorto e mal rappresentato ai cittadini la natura del Trattato, affermando che in alcune zone la popolazione ha espresso preoccupazioni per questioni «che non c’entrano nulla con il testo». Il Premier non ha tuttavia spiegato come mai il suo governo non ha saputo, evidentemente, mettere in piedi una campagna convincente. 
Il disappunto dell’esecutivo irladese sull’esito della consultazione è emerso fin dal primo pomeriggio di ieri, dopo le proiezioni dei primi dati ufficiali.

Il ministro della Giustizia Dermot Ahern, ha dichiarato mentre ancora si contavano le preferenze: «Sembra proprio che sia un voto negativo. Alla fine, per una miriade di ragioni la popolazione si è così espressa». Il ministro ha aggiunto che ora si dovrá vedere cosa succederá nel resto d’Europa. «Se saremo lasciati come l’unico Paese che non ha ratificato il Trattato questo porrà dei problemi», ha detto Ahern, non escludendo la ricerca di un «piano B» per salvare in qualche modo il Trattato. 

L’intenzione di far continuare il processo di ratifica del Trattato di Lisbona è chiaramente emerso nel corso della giornata di ieri, nonostante il «no» dell’Irlanda, faccia, a questo punto in teoria, cadere tutto il provvedimento in base alle regole che l’Europa si è data, venndo a mancare l’unanimitá dell’adozione del Trattato.

L’unico ed esserselo ricordato sembra essere il premier lussemburghese e presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, che commentando il risultato negativo del referendum irlandese ha dichiarato che il Trattato di Lisbona «non entrerà in vigore il 1 gennaio 2009» come previsto.

Il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso è invece dell’avviso che «il Trattato è ancora vivo, non è morto». Posizione avallata e condivisa dal Segretario di Stato francese, per gli Affari europei, Jean-Pierre Jouyet, che da luglio avrà la presidenza di turno dell’Unione, che ha dichiarato: «il processo di ratifica deve continuare negli altri paesi», per questo occorre ora trovare un «dispositivo giuridico» tra l’Irlanda e altri 26 Stati membri dell’Unione europea. «Il no irlandese al referendum sul Trattato di Lisbona non affonda il progetto», ne è sicuro anche il premier polacco Donald Tusk.

A giudicare da tali autorevoli commenti della prima ora, pare che si debba dire ai cittadini irlandesi, «grazie per aver votato, ma era uno scherzo». 
In questo caso ha avuto proprio ragione il ministro della Giustizia irlandese ad ammettere che con l’esito del voto l’Europa si trova in «acque inesplorate». 
Piuttosto che tacciare i cittadini irlandesi di «ingratitudine», che a differenza dei britannici sono tutt’altro che euroscettici, la possibilità più concreta e seria da prendere in considerazione ora, a meno di non ignorare platealmente l’espressione democratica della volontà di cittadini europei, è che si riapra un negoziato come accadde nel 2005 dopo la bocciatura della Costituzione con il referendum di Francia e Olanda.