di Giorgio Cremaschi 
La presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia, espresse calde lacrime di cordoglio nell’assemblea di insediamento, perché il giorno prima in una delle sue fabbriche era morto un lavoratore travolto da una catasta di tubi. C’era da pensare, c’era da prevedere che tutte le strutture aziendali del gruppo fossero messe sotto pressione e subissero le necessarie strigliate per impedire il ripetersi di simili traumi. E invece poche settimane dopo, proprio nel più importante stabilimento del gruppo, lo stesso tipo di incidente: un lavoratore abbattuto da una massa di ferro. Ma allora, l’ipocrisia con la quale si diffonde il pubblico cordoglio ogni volta che c’è una strage sul lavoro non solo è insopportabile, ma non è neppure in grado di determinare quei minimi comportamenti che indurrebbero a non esagerare, a stare un po’ attenti almeno sotto i riflettori dell’opinione pubblica. Del resto, lo stesso è successo in Sicilia, dopo la strage di Catania. Un solo giorno dopo, un lavoratore precario in appalto all’Enel è morto. Sembra incredibile persino che alla Thyssenkrupp, pochi mesi dopo la strage di Torino, un altro lavoratore in appalto sia morto mentre lavorava all’interno dello stabilimento di Terni. Solo pochi giorni dopo che in pompamagna era stato siglato dagli enti locali e dalle parti sociali un protocollo sulla sicurezza.

Quello che più colpisce della strage sul lavoro è l’assoluta ininfluenza su di essa di tutto quello che si proclama. Anche là dove sarebbe conveniente per ragioni di immagine, che gli infortuni finissero, essi continuano. La ragione è solo una: che il sistema di lavoro in Italia ha travolto ogni limite, ogni garanzia di sicurezza. Tutto il sistema di lavoro italiano è criminogeno. Tutta l’organizzazione del lavoro produce morti e feriti perché in essa non è in alcun modo compresa la tutela della salute e della sicurezza. È come un’automobile tarata per andare al massimo a 100 all’ora in una strada dove non si dovrebbero superare i 70, che viene invece regolarmente fatta marciare a 120 all’ora. Il caso non è l’incidente, ma la mancanza di esso. Solo l’evoluzione della medicina, come succede per i soldati americani in Iraq, fa sì che il numero dei morti che emerge dal milione di infortuni gravi che tutti gli anni ci sono in Italia, non sia ancora più grande.
Come fermare questa spirale. Certo, non depenalizzando come chiede la Confindustria a un governo assai ben disposto verso di essa. Certo, non aumentando gli orari di lavoro fino a 65 ore come vorrebbe quella decisione tecnicamente criminale presa dai ministri europei. Certo, non aumentando la flessibilità e la precarietà del lavoro o legando ancor di più il salario alla produttività. Non possiamo certo accontentarci delle incerte statistiche che ci dicono che, bene che vada, di questo passo ci vorranno non meno di 20 anni per giungere al livello di infortuni che ci sono in Germania e 50 per raggiungere la Svezia di oggi. Bisogna interrompere il flusso della macchina che distrugge la vita delle persone. Bisogna rallentarla, incepparla, fermarla. Bisogna invece adottare il più semplice dei principi, quello già previsto dalla legge, e che, naturalmente, non viene mai applicato. Quello che dà il diritto a qualsiasi persona che lavora di fermarsi immediatamente se teme per la propria salute. Ecco, questo bisognerebbe fare: i fannulloni. Ovunque. Fermarsi, non lavorare se c’è il minimo dubbio che il lavoro non sia sicuro. E magari usare la parola sicurezza non per dare addosso ai migranti o ai rom, ma per impedire che la gente muoia di lavoro.