Certamente la Signora Lanzillotta, il Signor Bersani e tutti coloro che in seno all’ex-governo di centro sinistra si sono battuti (e sono stati in tanti) per la liberalizzazione/privatizzazione dei servizi idrici, sono felici. Finalmente sono riusciti, grazie ai Signor Tremonti, Alemanno e Berlusconi, a realizzare il loro sogno di vedere la concorrenza, la competititività, la performance commerciale, la dimensione industriale, la creazione di ricchezza per il capitale privato (ma anche pubblico: si pensi ai dividendi per i Comuni azionisti!) orientare il governo dei servizi pubblici locali.
Che bello, si diranno crogiolandosi al calore dell’articolo sulle liberalizzazioni del nuovo decreto legge 112 del 25 giugno 2008, ora tutto è più chiaro e conforme agli imperativi della modernizzazione dell’economia italiana per adeguarla ai canoni della globalizzazione dei mercati finanziari mondiali! A partire dall’entrata in vigore del decreto, la gestione dell’acqua deve essere affidata, via gara pubblica, principalmente a due tipi di impresa, quella a capitale privato e quella a capitale misto (dove il capitale privato non puo’ essere inferiore al 30%). Anche se l’affidamento ad un’impresa «pubblica» in house non sparisce formalmente, esso sarà possibile solo nelle situazioni che non consentono un efficace ed utile ricorso al mercato, adeguatamente motivate all’Antitrust con un’analisi di mercato e una valutazione comparativa con l’offerta privata. Ad ogni modo, tutti gli appalti acquisiti con affidamenti in house senza gara cesseranno la loro efficacia al più tardi il 31 dicembre 2010.
Con queste nuove disposizioni, il governo dell’acqua in Italia non sfugge più alla sottomissione esplicita agli interessi di lucro e di potere di controllo del capitale privato sulle risorse idriche del Paese. Il terzo governo Berlusconi ha applicato all’acqua la visione mercantile capitalista più pura oggi in voga fondata sui seguenti principi:

- principio della merce universale: tutto – qualunque sia il bene ed il servizio, materiale ed immateriale, naturale ed artificiale – è risorsa/bene economico/merce (anche l’acqua, anche le persone…);

- principio del costo: la fruizione di qualunque risorsa/bene economico/merce comporta dei costi, il cui parametro di definizione e di valutazione è soprattutto monetario/finanziario. Certo, dicono i vari Lanzillotta, Bersani, Alemanno, Tremonti, Berlusconi, l’acqua è un bene della natura, un dono di Dio, ma la natura (e Dio) hanno dimenticato di dare i tubi, i serbatoi, i potabilizzatori, e questi costano, si devono pagare;

- principio del finanziamento dal consumo: la copertura dei costi deve essere assicurata da coloro che fruiscono, tirandone un beneficio, dell’uso delle risorse/beni/merci, cioè i consumatori/utenti. «Chi consuma paga». Da qui anche il principio «chi inquina paga», allorché si dovrebbe affermare «chi inquina non può». In altri termini, «l’acqua finanza l’acqua», come le autostrade devono finanziare le autostrade, l’università finanzia l’università (vedasi la trasformazione delle università in fondazioni), il malato finanzia l’ospedale, ed il pensionato finanzia la sua pensione (via la pensione per capitalizzazione). L’applicazione di questo principio rappresenta la fine del «fare società», la negazione della comunità sociale.

- il principio del prezzo «giusto» di mercato: il «prezzo» dell’acqua (oramai si parla di prezzo dell’acqua all’ingrosso, di prezzo dell’acqua prodotta/distribuita ed al consumo, di prezzo dell’acqua riciclata e riutilizzabile…) deve fondarsi sul criterio del recupero dei costi totali (compreso il profitto). Per questo, ad esempio, la tariffa dell’acqua potabile è determinata, già nella Legge Galli del 1994 sul servizio idrico integrato, in funzione di tre elementi chiave dell’economia capitalista che sono il revenue cap regulation , il price cap ,ed il rate of return …;

- ed, infine, il principio del valore attraverso lo scambio sui mercati concorrenziali: ogni risorsa/bene/merce ha valore se è scambiata/o e se contribuisce alla creazione di ricchezza per il capitale finanziario. Non v’è produzione di ricchezza – afferma il capitalismo di mercato – senza scambio, al di fuori del mercato e della concorrenza.

In breve, l’acqua non vale perchè è vita. Un fiume non ha valore perchè è «arteria» della Terra. L’accesso all’acqua non è un diritto. Queste visioni sono considerate puro romanticismo naturalista retrogrado I diritti, dicono, devono essere pagati da chi ne trae vantaggio… I ghiacciai non sono e non possono essere eterni. Se spariscono, dicono i potenti del capitalismo mondiale, produrremo acqua dolce dagli oceani grazie a centinaia e migliaia di stazioni di dissalamento! Secondo il nuovo decreto legge, una gestione democratica e partecipata dell’acqua non è assicurata dalla gestione pubblica ma dalla concorrenza sul mercato e dalle scelte del consumatore in sintonia con gli interessi degli azionisti. Quando un’impresa privata dell’acqua produce alti profitti, significa che essa è stata capace di creare grande sintonia essendo stata scelta dagli utenti/consumatori e dagli investitori perché avrebbe risposto ai loro interessi e bisogni. E questo è la democrazia! Prima di Tremonti e della Lanzillotta, questa tesi è stata difesa negli ultimi venti anni dai grandi capi della Générale des Eaux, di Nestlé, di Coca-Cola… e della City. Ciò detto, che fare di fronte alla situazione creatasi? Cosa possono fare i 406mila cittadini firmatari della proposta di legge nazionale sull’acqua bene comune di iniziativa popolare trasmessa al Parlamento italiano nel 2007 e che la maggioranza parlamentare del centro-sinistra lasciò nei tiretti delle cose da esaminare?
Certo, battersi affinché il nuovo Parlamento esamini la proposta di legge in questione è prioritario, necessario e doveroso, essendo coscienti, tuttavia, del fatto che se il Parlamento del centro-sinistra non l’ha fatto, l’attuale, se lo farà, non deciderà evidentemente di dar seguito alla proposta. Ma la battaglia deve essere condotta.
E’ sul terreno dei comuni e delle regioni, innanzitutto, che si devono concentrare le azioni da intraprendere nei prossimi mesi. La gestione pubblica resta possibile non solo costituzionalmente, ma anche con le nuove disposizioni. Il tutto è sapere se localmente, specie laddove la classe politica dirigente attuale è rimasta quella di «sinistra», vorrà e sarà capace di impedire – cosa che è in principio possibile – la privatizzazione del capitale delle imprese ancora a totale capitale pubblico. E’ il caso, fra gli altri, della Puglia e dell’Aqp dove l’urgenza è di andare al di là della grande retorica – affascinantee e trainante – che costituisce la forza del governatore della Puglia, principale «tutore» dell’Acquedotto Pugliese, e di tradurla in processi reali di fecondazione del tessuto sociale e di trasformazione del vissuto quotidiano. In questa direzione, mi sembra che un campo di iniziative importanti dovrebbe (ri)diventare la battaglia della ripubblicizzazione e della rilocalizzazione di tutto il settore delle acque minerali in bottiglia e della promozione della «pubblicità» dell’acqua di rubinetto (case dell’acqua, nuove reti di «fontanine» pubbliche, sostituzione dei distributori di bevande dolci gassate nelle scuole, negli edifici e spazi pubblici…). Si tratta di una grande sfida con risvolti notevoli sul piano energetico, della gestione del territorio, dei modi di vita, del potere di acquisto, della finanza locale.
Senza dimenticare, le azioni forti da prendere o da rinforzare a livello europeo (specie per quanto riguarda le direttive in materia di servizi pubblici ed il rinnovo della direttiva europea acqua, la gestione del suolo, la lotta contro l’inquinamento…), ed a livello internazionale e mondiale (riconoscimento del diritto umano all’acqua, acqua e strategie di lotta contro gli effetti del cambiamento climatico, con l’obiettivo di inserire le problematiche dell’acqua nell’agenda politica mondiale dei negoziati per l’accordo 2013 post-Kyoto).
Le misure prese dal governo Berlusconi non mettono la parola fine alla battaglia per l’acqua come diritto umano universale, come bene comune pubblico mondiale, come espressione della sacralità della vita e strumento di saggezza umana, di pace e di solidarietà fra i popoli. Il futuro non è finito.