Oggi il voto finale della Camera sulla manovra economica. Tagli allo Stato sociale all’istruzione e alla salute. Mentre negli Stati Uniti si discute esattamente dell’opposto…

Antonella Marrone

Oggi il governo porrà la fiducia alla Camera sulla manovra finanziaria. Passerà. Passerà la manovra, e, speriamo in tempi brevi, passerà anche questa oscura parentesi nel nostro vivere, questa nottata di ignoranza, di furia iconoclasta verso tutti i buoni principi di un paese democratico. Una manovra che dimostra come questo governo sia il più retrivo dei governi di destra europei. I tagli previsti – e quelli che hanno già decisio di prevedere con la finanziaria di fine anno – riducono il nostro stato sociale ad un colabrodo. Diritti inalienabili e fondamentali diventeranno un terno al lotto, grazie agli 8 miliardi di tagli per la scuola in tre anni, alle migliaia di piccole scuole chiuse, al blocco dei ticket sanitari, alla riduzione dei letti in ospedale, ad una norma sui precari che resta ancora in attesa di essere scagionata dalla verosimile accusa di incostituzionalità. Berlusconi sostiene che si abbasseranno le tasse se riusciranno a tagliare la spesa pubblica. Mah, politici di altri tempi, i nostri, di quell’Italietta moderata e paurosetta che sul finire degli anni Cinquanta aveva ancora gli “albi dei poveri” («Il Comune eroga l’assistenza sanitaria ai poveri iscritti negli elenchi comunali esclusivamente attraverso i Sanitari Condotti»). Un’Italia perbenista e individualista, già animata dal gusto del consumo, ma ancora con un po’ di ragione. Così si arrivò nel dicembre 1978, a varare una straordiaria legge, quella che istituiva il Servizio Sanitario Nazionale. Art.1: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività mediante il servizio sanitario nazionale. La tutela della salute fisica e psichica deve avvenire nel rispetto della dignità e della libertà della persona umana». Accadeva trent’anni fa, ed entravamo tra le democrazie occidentali, a testa alta, con leggi d’avanguardia che tutti ci invidiavano. Oggi gli italiani viaggiano da soli, in direzione opposta agli altri. Ma non è originalità, né il frutto “creativo” della tanto osannata piccola impresa (che viene lasciata morire quanto i lavoratori del pubblico impiego), ma è la conseguenza di un’analisi politica semplice, predatoria, ancorata al populismo. Una politica che neanche nell’affannata America trova più riscontro. Basta dare un’occhaita ai programmi dei due candidati alla presidenza. Le questioni che pongono agli elettori e che mettono sul terreno della competizione sono questioni “epocali”. Obama promette di alleggerire il peso del petrolio nell’economia, di valorizzare e di promuovere energie alternative. Addirittura Mc Cain pone la questione ambientale tra le tre grandi questioni che troveranno posto, per prime, nella sua eventuale presidenza. Sanità e istruzione tornano ad essere temi prioritari, cartine tornasole per il funzionamento del sistema sociale. Servono per ridare dignità e fiducia a chi è stato preso in giro dalle due principali “storie contemporanee” del grande romanzo americano: quella della bontà del libero mercato e quella della ricchezza dei ricchi che giovava ai poveri. 
In questa Italietta paurosetta, invece, che si fa? Le tasse non si pagano più, il taglio dell’Ici che ha provocato grandi incomprensibili entusiasmi, ha anche causato uno smottamento inarrestabile nei conti pubblici. L’accordo “blindato” del governo è con le banche, i petrolieri e le assicurazioni. Si frantuma lo stato sociale, si attenta quotidianamente a quelle leggi che ancora tutelano lavoratori e diritti umani. Questo è il governo che abbiamo, questa la cultura che emana: il disprezzo, sostanziale per i deboli, per gli ultimi, ma più in generale per chi lavora, per chi è “diverso”, per chi pensa con la propria testa. Una cultura elitaria, punitiva. A cui deve rispondere la società civile che pensa, che sa di esserci e di contare. Il mondo del lavoro e del non lavoro. Sciopero generale. Perché no? Che cosa bisogna aspettare ancora? Per la scuola, per la sanità, per il lavoro, per i diritti, per la questione morale che sta tutta nella questione politica. Bisogna solamente aspettare la stagione giusta. Epifani ieri ha mosso un ciglio sospettoso e ribelle, e nel Pd si sta facendo sempre più strada l’idea che il dialogo non sia la miglior forma di opposizione, soprattutto con chi non vuole dialogare. Contro questi tagli e questa politica furente, un autunno caldo è il minimo che si possa organizzare.