Guido Caldiron
«La paura condiziona il modo di intendere la vita. Nella scala dei valori la massima priorità è assegnata alla sicurezza, che prende il posto della libertà e dell’uguaglianza. Di conseguenza si assiste a restrizioni giuridiche e a un apparentemente ragionevole “totalitarismo della difesa dai pericoli”. L'”economia della paura” si arricchisce con la nevrosi collettiva. Il cittadino diffidente e sospettoso sarà grato se “per la sua sicurezza” sarà scannerizzato, passato ai raggi, perquisito e interrogato. La sicurezza diventa, come l’acqua e la corrente elettrica, un bene di uso comune gestito dal servizio pubblico e dall’economia privata, che ne ricava un profitto».

Quando, nel 1986, Ulrich Beck, aprì con La società del rischio una nuova fase di riflessione sulla vita nell’età della globalizzazione non immaginava ancora quanto le sue intuizioni avrebbero trovato una piena conferma nella realtà internazionale. 
La società del rischio, si è andata definendo sempre più anche come “società della paura”, attraversata da umori securitari e dalle sirene del populismo. E’ questo il quadro nel quale il World Social Summit di Roma ha chiamato a riflettere per tre giorni un pugno di intellettuali, economisti e sociologi tra i più noti e significativi al mondo. Lo spettro dell’indagine a cui sono chiamati a partecipare copre idealmente lo spazio che corre tra il definirsi di un nuovo sistema economico internazionale, e la crisi di senso che lo ha accompagnato, assortita di nuovi conflitti, ridefinizione dello spazio sociale globale, abbattimento del sistema di Welfare, e guerra.


Che la paura affondi le proprie radici in una crisi di senso che individualmente assume il volto dell’indebolimento delle proprie condizioni di vita e delle minacce che pesano sull’esistenza di ciascuno, è l’opinione di uno degli intellettuali che hanno aperto i lavori, il sociologo francese Robert Castel. Direttore dell’ Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi, già allievo e collaboratore di Pierre Bourdieu e di Michel Foucault, Castel lavora da anni sulle forme di esclusione ed emarginazione sociale che caratterizzano l’epoca globale. 
«Personalmente credo che una parte fondamentale della nostra paura trovi origine nel senso di insicurezza che caratterizza le vite di un numero crescente di invididui, soprattutto in quella parte del mondo che ha conosciuto nel corso del Novecento un grado elevato di sviluppo economico e sociale, in particolare l’Europa. afferma Castel – Ed è la crisi dello Stato sociale classico, cresciuto all’interno dello Stato nazione europeo nel Novecento, di quello stato protettore sorto nel periodo successivo alla Seconda guerra mondiale che sta producendo il diffondersi di questo senso generalizzato di insicurezza».

Dunque, la paura che sembra caratterizzare quest’epoca ha delle salde radici sociali?
Assolutamente. Si tratta in primo luogo dell’effetto di lungo corso di quel cambiamento di regime capitalistico, che potremmo sintetizzare nel passaggio da industriale a globale, che si è prodotto fina dalla metà degli anni Settanta. In quel periodo si è cominciato a mettere mano alle regole e all’equilibrio che regolava lo Stato sociale. Negli ultimi tre decenni è stato completamente messo in discussione il compromesso sociale che si era costruito tra gli interessi dell’impresa e del mercato da un lato, e il mondo del lavoro dall’altro. Era un equilibrio che ha retto a lungo e che ha permesso sia lo sviluppo economico che il progresso della società. 

Ma in che modo la rottura di questo compromesso sociale, alla base del sistema di Welfare, può alimentare la paura?
Si tratta della paura di perdere le protezioni di cui si è goduto fino ad ora, un sentimento di insicurezza molto diffuso nei paesi sviluppati ormai caratterizzati da tempo dalla disoccupazione di massa. Non si tratta tanto, come spesso viene sostenuto, dell’idea di vivere in una giungla, quanto piuttosto del farsi strada della consapevolezza che si stanno perdendo quelle forme di difesa sociale che non ci mettevano alla mercé di quanto ci può accadere ogni giorno.

Questa preoccupazione assume però la forma di una richiesta di “sicurezza” che si sposta sul piano dell’ordine pubblico e finisce per premiare politicamente chi si presenta come paladino dell’ordine. Come valuta questo fenomeno?
Intanto una precisazione: la lotta contro la violenza civile mi sembra legittima in una società, e particolarmente in una società democratica. Non si può veramente “fare società” con i propri simili senza la pace civile, se si vive sotto la minaccia della violenza. Si potrebbe persino dire che debba essere un diritto. Tuttavia, nei fatti le cose sono più commesse, e ci pongono davanti a un problema: in Francia, ma anche in Italia – sorride citando Gianni Alemanno, presente ieri – , assistiamo attualmente ad una richiesta disperata di sicurezza che ha delle conseguenze politiche molto gravi. Già nel 2002 le elezioni presidenziali francesi si sono giocate quasi del tutto sul tema dell'”insicurezza”, e questo ha influito particolarmente sulla popolarità di Jean Marie Le Pen e del Front National. Il fatto è che nell’epoca della globalizzazione torna il vecchio fantasma del capro espiatorio: si cerca qualcuno a cui far pagare il proprio malessere e lo si trova nello straniero, nell’immigrato, nel diverso. 

Se lo Stato sociale era legato fortemente alla forma dello Stato nazione adesso in crisi, come ritrovare quelle garanzie e provare a vincere la paura? 
Con lo sviluppo della globalizzazione si è in effetti assistito al tentativo di liquidare gli Stati nazione. Gli Stati hanno perso la loro importanza, ridotto le loro funzioni, soprattutto in termini di intervento sociale, ma nessuna istituzione internazionale hadavvero preso il loro posto. Il problema che si pone è perciò quello di rispondere con strumenti efficaci alla crisi dello Stato sociale e nazionale che abbiamo conosciuto in passato, costruendo strutture sovranazionali in grado di elaborare anche politiche sociali degne di questo nome, politiche che tengano conto dei bisogni e della volontà dei cittadini. Il movimento altermondialista ha posto alcuni elementi in questa direzione. Gli intellettuali e gli economisti devono fare altrettanto.