“Il laissez faire liberista all’origine del fallimento” 

Anna Maria Merlo PARIGI

Attac aveva ragione? Certo, risponde l’economista Dominique Plihon, presidente del consiglio scientifico di Attac, il movimento nato per proporre la tassazione delle transazioni finanziarie e la regolazione del capitalismo globale.

Negli Usa lo stato ha salvato il gigante delle assicurazioni Aig, dopo i casi delle società di credito immobiliare Fannie Mae e Freddie Mac. Cosa significa questo ritorno dello stato nell’economia?

Le iniziative statali provano che il mercato è incapace di autoregolarsi, che il laissez faire dei mercati è un fallimento totale. Siamo alla fine di un ciclo, iniziato 20-30 anni fa, con la fase neo-liberista, della deregulation, delle liberalizzazioni, dove il mercato era l’elemento centrale. Ora si apre un nuovo ciclo, dove gli stati sono chiamati a svolgere un ruolo – anche se i governi in carica oggi non amano questo, perché l’ideologia dominante sostiene che la mano pubblica non deve intervenire. Il nuovo ciclo è già iniziato, con le prime nazionalizzazoni di banche. Ma è destinato ad andare più lontano: lo stato e le autorità pubbliche dovranno controllare in modo più severo il funzionamento dei mercati.

Come mai i governi ci ripetono che le casse sono vuote, che non ci sono soldi per finanziare programmi sociali, e poi la Banca centrale europea puo’ mettere sui mercati 100 miliardi di euro in due giorni?

La Bce crea moneta ex nihilo, come ha fatto la Fed, mentre quando vengono chiesti dei soldi per le scuole o per la ricerca il budget viene finanziato dalla tasse. Sono due cose di natura diversa. Detto questo, ad Attac noi diciamo che se la Banca centrale è capace di creare nuova moneta per venire in aiuto delle grandi banche in difficoltà perché non lo fa per finanziare la spesa pubblica? La Bce aiuta gli speculatori che mettono in pericolo l’economia mentre rifiuta i soldi per programmi importanti.
La crisi finanziaria avrà rispercussioni immediate sull’economia reale? Ci saranno conseguenze sull’occupazione a causa del processo di razionamento del credito. Le banche sono più fragili, hanno perso la fiducia. Adotteranno quindi una politica più restrittiva nella concessione dei prestiti, anche per la piccola e media impresa e per le famiglie. L’impatto sulla crescita economica è già cominciato: il modello economico su cui era costruita la crescita era fondato sull’indebitamento crescente. Con il regno del capitalismo finanziario c’è stata una modificazione nella spartizione della ricchezza tra salari e capitale, a tutto vantaggio dei profitti. Il potere d’acquisto stagna, ma il capitale ha bisogno di sbocchi e la domanda principale viene dal consumo delle famiglie e dall’immobiliare. L’indebitamento è stato il motore della crescita. Qui sta la contraddizione del capitalismo statunitense, esportato nel mondo. L’economia Usa andrà incontro a grandi difficoltà. E trascinerà nella crisi anche i paesi emergenti. 
Attac sottolinea l’importanza della crisi ecologica.
Il capitalismo oggi trova i suoi limiti nell’ecologia. Non è possibile proseguire con un sistema basato sullo spreco. L’energia e le materie prime a buon mercato sono finite. Ci saranno probabilmente delle innovazioni tecnologiche, ma a breve, nei prossimi 10 anni, il limite ecologico sarà più forte, sarà un fattore ulteriore di crisi, di rallentamento e di rimessa in causa del modello capitalista.

La crisi arriva in un momento in cui la sinistra, in Europa, sembra non avere idee. Sarà salutare?

La sinistra non ha progetti politici alternativi dalla fine dell’ideologia comunista e non è stata capace di costruire un progetto economico alternativo al capitalismo finanziario. Per questo oggi quasi dappertutto la destra è al potere e quando è la sinistra a governare fa una politica di destra. Come in Gran Bretagna e Spagna che, con l’Irlanda, sono i paesi che più hanno copiato il modello Usae, basandosi sullo sviluppo immobiliare. Ora sono i più malati. Dei programmi alternativi possono costruirsi con la crisi. E’ stato così dopo il ’29, dal New Deal di Roosevelt al Fronte popolare in Francia. Obama ha dichiarato di voler regolamentare i mercati: un’affermazione che poco tempo fa sarebbe stata impossibile.

Fonte: il manifesto 18/6/08