di Fabio Salviato Presidente Banca Etica 

C’è una banca ai cui sportelli da un po’ di giorni c’è la coda, a portare i propri risparmi. E’ Banca Etica, una tra le più piccole delle popolari, diversa da tutte le altre. Una banca nata per sconfessare l’economia drogata dal solo profitto, dall’indebitamento a fini speculativi, dalla separazione tra i maghi del mercato e i risparmiatori. Una Banca di scelte. A una banca così la crisi non fa un baffo. Anzi, sarebbe un modello sano ed economico da esportare. E allora ci si aspetterebbe più banca etica dentro le banche commerciali. Invece niente. Anzi, più soldi e fiducia a chi ha inventato e lucrato sulla crisi. Ce lo racconta Fabio Salviato, presidente di Banca Etica, senza sconti ai colleghi, al governo, alla politica. E con un appello: risparmiatori di tutto il mondo unitevi, siete voi la risposta alla crisi. Parola del “compagno-banchiere”.


Dietro a quella che è stata chiamata prima stretta creditizia, poi crisi di liquidità, l’impressione è che ci sia una classica crisi di solvibilità del sistema, cioè che si siano impegnati soldi che non ci sono e senza garanzie. Così lo Stato è costretto a mettere la propria garanzia sui depositi dei risparmiatori e sui prestiti alle banche. Il risparmio è tornato ad essere un bene pubblico?

In effetti sembra che improvvisamente si siano tutti resi conto dell’importanza centrale per il sistema economico del risparmio. Il tutto dopo 20 anni di processi e politiche attive dei governi di finanziarizzazione dei mercati che hanno stravolto quello che è o doveva essere il ruolo del sistema bancario o finanziario. Una banca sta in piedi perché raccoglie risparmio per dare credito alle imprese, al territorio, promuovendo fiducia e sviluppo dell’economia reale. Oggi, invece, nella stragrande maggioranza dei casi gli istituti bancari raccolgono del risparmio e lo investono in attività di carattere finanziario. Direttamente. Per le grandi banche, ad esempio, oltre il 50% dei loro ricavi viene da questi strumenti finanziari. In breve, le banche da anni hanno perso il ruolo di intermediario del credito e stanno svolgendo altro mestiere. Ora saranno costrette a tornare al loro mestiere originale, principale, istituzionale. 

La crisi in realtà è esplosa nel settore creditizio almeno dal luglio 2007. Eppure, in Italia, un anno dopo le obbligazioni bancarie erano aumentate del 20%, un record europeo, mentre i depositi crescono solo del 5%. Hanno trasferito i costi della crisi che cominciava sui clienti? 
Iniziamo col dire che in realtà questa tendenza la registriamo da da 7-8 anni. I primi campanelli d’allarme furono i casi Cirio, Parmalat, dei bond argentini. Da allora centinaia di testimonianze di dipendenti del settore bancario raccontano come prodotti ad alto rischio, poniamo un bond argentino, siano stati venduti a massaie, pensionati, a chi ci metteva tutti i risparmi. Loro eseguivano, ma ci stavano male, con la coscienza. Se all’inizio le banche hanno teso solo a massimizzare gli interessi degli azionisti, con profitti davvero notevoli anche negli ultimi anni, di recente hanno usato hanno questo procedimento anche per scaricarsi delle insolvenze, sui clienti.

E adesso i tassi interbancari sono alle stelle, le banche non si fidano più di prestarsi soldi tra loro. Così i governi devono farsi carico della fiducia tra banche. Perché?
Pochi giorni fa il direttore generale del Fmi l’ha detto in maniera esplicita: “il sistema finanziario globale è sull’orlo di un collasso”. Le banche non si scambiano più denaro tra loro, è così. Noi e le associazioni dei consumatori riceviamo migliaia di richieste d’aiuto dai risparmiatori che ricevono lettere dai gestori di investimenti, soprattutto assicurazioni, che gli comunicano: non siamo più in grado di quantificare il vostro investimento. Hai voglia poi a dire: non seminiamo il panico… E così se l’Fmi è catastrofista e le banche non si prestano più fiducia tra loro, perché dovrebbe avere fiducia il risparmiatore? Le banche non si prestano tra loro denaro perché hanno una crisi di liquidità, con un rapporto tra raccolta del risparmio e impieghi vicino al 90%, sono preoccupate delle richieste di rimborso che potrebbero arrivargli. E poi c’è il problema enorme della montagna di titoli spazzatura dentro le loro tesorerie. Di fatto i bilanci dell’intero sistema globale sono falsati. Non sono solo Lehman&Brothers o banche d’affari lontane dal nostro sistema. Se facessimo un’operazione trasparenza su tesorerie e investimenti scopriremmo nei bilanci delle banche derivati, subprime e così via… Tra poco lo vedremo. D’altronde la massa di carta finanziaria che gira è 25 volte l’economia reale. Di questa, parte è detenuta dagli investitori e una parte significativa giace nei bilanci delle banche. Il sistema è tecnicamente fallito. Bisognerebbe dirlo e prenderne atto. La distanza tra economia finanziaria e reale non c’è più. E’ franata su tutti noi. 

Riassumendo, quindi, c’è un enorme mercato bancario parallelo, fatto di debiti non coperti, di strumenti finanziari con una leva enorme, che nemmeno chi ha promosso conosce fino in fondo, il tutto basato sull’assioma della non insolvenza del sistema. Cosa si dovrebbe fare per cambiare?

Intanto prendere atto che la crisi è esattamente questa e che durerà almeno un paio d’anni. Bisogna sgonfiare il mercato parallelo, sgonfiare la bolla, da cui non c’è praticamente nulla da recuperare. Il problema è che questa non è ingegneria, formula matematiche, sono lacrime e dolori, nell’economia reale, dai consumi ai posti di lavoro. C’è però un punto positivo o meglio ci sarebbe ed è proprio la fine dell’eccesso di finanziarizzazione delle nostre economie e in primis del sistema bancario. A patto che si ammetta che il ciclo è finito e ricostruendo su nuove basi, chiare, trasparenti e secondo noi etiche, il processo di raccolta e impiego del credito. Con regole e con controlli che dovrebbero essere fatti su tutti. Ricordiamoci che le 5 big banche d’affari americane non avevano controli reali delle autorità, ma si fregiavano lo stesso della tripla A delle società di rating, al pari dei titoli di stato. E poi erano autorizzate a scommettere anche sulle catastrofi climatiche o sulla morte o meno dei sottoscrittori di polizze di vita. Sono casi successi e abituali. Gli strumenti derivati, altro esempio, sono nati come copertura dei rischi poi siamo passati a usarli al contrario. Vale per tutto. Nel mercato petrolifero ogni giorno vengono prodotti 900mila barili di greggio ma se ne scambia un miliardo… Il mercato parallelo, virtuale, chiamatelo come volete, non può più esistere. deve essere azzerato. Prima è meglio è. Sarebbe il lato buono della crisi, la pulizia. E qui sta il ruolo dello Stato. Ci vuole un nuovo sistema economico con in testa il credito e al centro il risparmio. 

E invece, lo Stato garantisce i depositi interbancari, cioè i prestiti tra banche, prima esclusi dal sistema per legge. Ma lo Stato è ultimo garante di che cosa?
Diciamo che lo Stato o meglio il pubblico o meglio ancora la politica prende molto tardivamente atto di questa situazione di crisi, ma ancora nell’ottica di metterci una pezza. Lo stesso vale per le ricette del G7 o dell’eurozona. La diga che sta venendo giù e si occupano di tappare i buchi. Secondo noi servirà ben poco questa garanzia, perché qui bisogna stabilire nuove regole, da capo. Una rifondazione finanziaria. La prima banca del mondo è nata in Italia sulla sana e prudente gestione, ma raccogliere risparmio per fare credito non è più la missione del sistema. Bisogna ricominciare. Da anni il “market to market”, cioè la valutazione a prezzi di giornata, è l’orizzonte delle attività. Da anni, conta solo la massimizzazione dell’utile trimestrale derivato dagli impieghi finanziari. Bisogna tornare al credito e dare uno scossone al sistema, anche oltre. Ad esempio, bisogna eliminare i paradisi fiscali. E poi se ci deve essere una ciambella di salvataggio per il sistema bancario, però ribadisco riscrivendo le regole, ci vuole un aiuto per quelle migliaia di persone che ad esempio hanno un mutuo a tasso variabile. Non basta aspettare che il tasso scenda. Bisogna intervenire.

Però il decisore pubblico, italiano ed europeo, se non mondiale, mi pare si stia limitando a spegnere l’incendio con acqua fresca e potabile (denaro e garanzie pubbliche) per salvare anche l’acqua sporca (i bilanci intossicati). C’è un’alternativa?

Credo che mettere delle garanzie e degli aiuti pubblici e poi invocare una nuova Bretton Woods non servirà a nulla se a riscrivere le regole e a prendersene la responsabilità saranno gli stessi banchieri che l’hanno alimentata e su cui si sono arricchiti. Sarebbe come mettere i vampiri a dirigere la banca del sangue. Se tutto l’intervento politico si limitasse a mettere delle pezze, al limite, potrebbero andare avanti qualche anno, continuando a trasferire i rischi sui rispamiatori. Ma il buco è talmente grtande che le pezze e la liquidità degli Stati potrebbero non bastare, stavolta non c’è alternativa… Per questo, per inciso, chiediamo pubblicamente di essere chiamati dal governo e dall’autorità al tavolo delle trattative. Abbiamo ormai un decennio di buone pratiche, siamo tra le sole banche immuni dalla crisi e vorremmo che almeno venisse riconosciuto che chi ha fatto determinate scelte oggi può parlare con più credibilità di altri. Anche perché, che piaccia o no, esiste una scala di valori: c’è chi in cima mette l’interesse di tutti, chi il proprio. Sta lì la differenza. E senza chiedere a tutti di svolgere una missione, vorremmo solo ricordare che è possibile mediare tra la massimizzazione del profitto e l’attenzione alla persona, ai suoi bisogni e al suo futuro. Noi crediamo si debba tornare alla relazione con le persone, con i territori, con uno sviluppo reale, ecocompatibile, di prossimità. Più sobrio e meno attento all’arricchimento falso. Quindi, le buone prassi si siedano al tavolo e facciano scuola. Ovviamente tutto ciò è ancora ben lontano dalla testa di chi ci governa, ma saranno i risparmiatori che cominceranno a chiedersi perché continuare a finanziare profitti altrui assumendosi rischi enormi che poi ricadono comunque sul pubblico, sulle tasche dei cittadini. Il punto è che ci vorrà una classe politica che abbia il coraggio di indicare la strada, di rompere con le compatibilità di questi anni. E mi sembra che al momento non si veda quasi nessuno in giro…