Trovo abbastanza incredibile che nessuno, nemmeno chi dice di avere a cuore una sinistra che sappia accogliere anche istanze più moderne, di fronte alla crisi del credito ricordi la questione ambientale. Eppure abbiamo 20 o 30 anni di studi, proposte e progetti per affrontare la vera emergenza, che non è quella della scomparsa dei soldi virtuali ma è quella della scomparsa della base materiale della nostra esistenza: terra, acqua, aria e una quantità impressionante di materie prime (quasi tutte) che stanno semplicemente esaurendosi, come era ovvio che accadesse prima o poi. Lasciamo perdere l’intreccio diabolico che lega il costo quasi nullo delle materie prime allo sfruttamento del Sud del mondo e veniamo alla crisi che incombe.
Insomma, che il nostro nemico storico – cioè la finanza speculativa – sia in crisi dovrebbe essere una buona notizia così come il fatto che il fondamentalismo liberista (sposato in modo suicida dal centro-sinistra mondiale) sia stato rapidamente accantonato. Si è capito che lo Stato deve tornare in campo perché tutta la fantasmagorica ricchezza degli ultimi decenni era appunto solo virtuale: non ha riconvertito un sistema produttivo fatiscente né ha creato nuovi posti di lavoro ma, siccome i bonus dei manager erano veri e sono stati pagati, adesso ce li ritroviamo sulle nostre spalle. L’altra buona notizia è che, stavolta, il gioco deve avvenire a carte scoperte, almeno nei paesi dotati di uno straccio d’opposizione. Da noi, no: il governo Berlusconi non è nemmeno stato costretto a fare qualche cifra il che, oltre a garantire che nessuno dovrà rendere conto di niente, dà ai mercati speculativi esattamente il tipo di messaggio che bisognerebbe evitare: continuate a speculare.
Ciò che sta accadendo è abbastanza chiaro: l’economia reale verrà sacrificata dagli Stati per finanziare qualche altro giro di roulette – a fondo perduto in Italia e in Usa, con la speranza di mettere parola almeno sugli stipendi dei dirigenti in Gran Bretagna e Germania. Funzionerà? Ovviamente no: basta la logica a dire che, se gli Stati rinunciano alla produzione vera e propria per entrare nel mondo del denaro virtuale e riempirsi i bilanci di titoli spazzatura, il disastro è solo rimandato nel tempo caricandone i costi sulle spalle della collettività. Lo scenario che si prospetta è quindi abbastanza prevedibile visto che ripercorre le tappe di tutte le grandi crisi economiche. E’ molto probabile che la finanza resti in piedi – e con essa l’illusione che tutto va per il meglio – al prezzo di continue costosissime trasfusioni di risorse dall’economia presente e futura, visto che di riconversione non si parla più da nessuna parte, ma senza riconversione la produttività italiana non sopravvive al prossimo decennio… Il problema è che la catastrofe della finanza virtuale cancella completamente dalla vista la catastrofe vera, quella ecologica. Rifiuti, desertificazione, riscaldamento globale premono per ricordare a finanzieri e politici che il mondo è molto meno virtuale di quello che le redazioni, i consulenti finanziari e le segreterie di partito pensano, e presentano conti sempre più salati di giorno in giorno.
In questo scenario la guerra è inevitabile (a proposito: smettiamo di prenderci in giro: la grande depressione non è finita con il New Deal ma con la Seconda guerra mondiale). A quel punto gli Stati possono dare soldi anche alle industrie e ai cittadini – non solo ai banchieri e ai politici – per ricostruire quello che gli squali si sono mangiati in qualche decennio. L’unica incognita in questo percorso tristemente noto, è il ruolo che il dissesto dell’ecosistema giocherà, ma a occhio e croce non promette niente di buono.
Lo scenario numero due è tutto da costruire, ma sono convinta che gli strumenti siano già tutti a disposizione. Si tratta di aggregare realtà locali, movimenti, imprenditori (veri), società civile, sindacati e quant’altro (anche i partiti, se non hanno altri impegni…) su di un unico obiettivo: evitare la guerra e avviare la ricostruzione prima, non dopo il conflitto. Si tratta di pretendere che l’incredibile quantità di soldi promessi alle banche non vada agli speculatori ma alle imprese (Confindustria sarebbe d’accordo) condizionando queste ultime a fare della riconversione ecologica il proprio obiettivo principale, il che sarebbe anche logico se uno spera che la propria attività economica abbia un futuro. Di piani – progetti, iniziative, strategie di recupero, riciclaggio e riconversione – ne sono stati prodotti a bizzeffe da generazioni di ambientalisti, attivisti locali e ricercatori scientifici. Scommetto che anche il più piccolo comune d’Italia ha nel cassetto un piano commissionato a qualche associazione, università o centro studi magari solo per ottenere uno straccio di finanziamento dall’Unione europea. Del resto abbiamo anche liste interminabili di procedure d’infrazione che ci costeranno un capitale (ovvero la rinuncia ai preziosi fondi di Bruxelles). Valga per tutti lo strepito di ieri di Confindustria che minaccia delocalizzazioni e perdite di posti di lavoro se non sarà bloccato il pacchetto sull’energia e sui cambiamenti climatici che oggi l’Ue dovrebbe approvare. 
Insomma, invece di comprare titoli spazzatura – fino al 31 dicembre 2009? Ho capito bene? Spero di no altrimenti nel corso del prossimo anno tutti gli speculatori del pianeta correranno a vendere i titoli spazzatura nell’unico paese al mondo che li compra – bisogna chiedere, anzi, pretendere, che i nostri soldi vengano investiti in quelle migliaia di progetti “alternativi” che languono nei cassetti. Perché è chiaro che una battaglia di retroguardia, in difesa dei servizi che verranno inevitabilmente tagliati, è destinata alla sconfitta semplicemente perché la crisi ambientale e quella finanziaria combinate sono destinate a distruggere l’economia reale. L’unico modo di non perdere questa battaglia è puntare alla vittoria, cioè rilanciare tirando fuori dai cassetti quell’altro mondo possibile che, oltretutto, è anche l’unico in grado di durare. Basta recuperare un po’ della memoria a breve che è andata perduta nella troppa dimestichezza con il potere – penso alle Giunte, non al Governo – e nei più recenti psicodrammi, per ripensare agli ultimi dieci anni. Ricordate Seattle 1999? Fra l’altro, nel frattempo avevamo anche vinto. Ma non ce ne siamo accorti.

di Sabina Morandi

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