Come il crac finanziario, la crisi idrica non risparmierà nessuno. Entro il 2050 i consumi di acqua saranno triplicati e il 48% della domanda resterà senza risposta

Il testo che segue è una lettera all’ordine dei geologi toscani. Alla fine di maggio Molinari è intervenuto alla loro assemblea, suscitando qualche contrasto, pur nell’approvazione generale. Il suo desiderio di tornare sull’argomento trattato allora, è stato rimandato per una malattia. Ristabilito, Molinari riprende qui il filo del discorso. I geologi toscani pubblicheranno la lettera nella loro rivista on line “Il geologo”.

La mia non era una generica denuncia ambientalista, ma la constatazione che ormai siamo nel bel mezzo di una crisi di civiltà. Sono stato accusato di essere ambientalista; come se ciò fosse una colpa e l’origine dei mali della nostra società; di essere fazioso, a proposito di privatizzazioni, e ideologicamente anticapitalista; di fare uso del termine etica in tutte le professioni, in particolare in quelle che si reggono sulla conoscenza tecnico scientifica e del territorio, dando forse la sensazione di rivolgere alla platea un’accusa piuttosto che un appello.

Ritengo invece che l’etica sia un imperativo del nostro tempo, con la quale segnare il nostro lavoro, il nostro stare nella comunità. Inoltre tengo ad affermare che non v’era nulla di ideologico sulle privatizzazioni e sulle multinazionali e nemmeno approcci ambientalisti classici, di tipo conservativo della natura. Questa, sono certo, sopravviverà ai nostri disastri, mentre è l’umanità a trovarsi di fronte a un terribile bivio.

Detto ciò, voglio porre alcune domande. C’è la consapevolezza in chi domina l’economia mondiale e detta regole alla stessa politica, di quel che sta maturando nell’insieme della società mondiale? C’è nel ceto politico mondiale questa consapevolezza? E nel mondo delle professioni, della conoscenza, dell’informazione? Nel mondo si susseguono le crisi ambientali. Non sono forse i segni di una rottura tra risorse e modello di crescita e del venir meno dei legami sociali che dovrebbero tenere assieme le comunità? I segni di una rottura globale, che comincia nei punti deboli dove si concentrano crisi ambientale, illegalità e crisi politica. Napoli, stretta fra rifiuti e camorra, è una metafora di tutto ciò.

E ancora una domanda: non siamo forse nel bel mezzo di una crisi idrica mondiale e al tempo stesso della mercificazione universale del bene acqua, attraverso la privatizzazione dei servizi idrici, l’imbottigliamento di sorgenti e falde? Gli Ipcc dell’Onu ci dicono che entro il 2050 i consumi di acqua saranno triplicati e il 48% della domanda resterà senza risposta. Un miliardo di profughi idrici romperanno ogni confine. Oggi, i paesi ricchi e le multinazionali si attrezzano economicamente e politicamente per impossessarsi delle fonti idriche del pianeta. L’acqua – ammonisce il segretario delle Nazioni Unite Ban Ki Moon – è un terribile carburante per le guerre del futuro. L’oro blu si fa scarso e prezioso quanto l’oro nero e le due penurie si alimentano a vicenda.

Il Pentagono in un rapporto del 2006, parla di 70 guerre per l’acqua nei prossimi decenni, di 11 grandi fiumi in estreme difficoltà e testualmente dichiara: il paese che non sarà in grado di assicurare ai suoi cittadini servizi fondamentali (e intende acqua ed energia) e sicurezza delle frontiere è destinato al caos, ai conflitti e al terrorismo. Il discorso è ormai questo.

Lo sviluppo così come l’abbiamo conosciuto e concepito negli ultimi due secoli si è inceppato irrimediabilmente. Siamo in questa dimensione, senza sapere come governarla, sballottati tra il feticcio della crescita e la decrescita già in atto in tutto l’occidente. Non è solo questione di mutamenti climatici: è il venir meno degli elementi fondamentali alla riproduzione della vita e l’affermarsi di una geografia dell’esclusione e dei conflitti per il possesso delle risorse.

Nella Cina, stremata dall’industrializzazione e dall’urbanizzazione, la falda acquifera delle grandi città si è abbassata di più di 20 metri in 30 anni. Le falde del nord agricolo si abbassano di 3 metri all’anno e ogni anno 2.500 km quadrati di terre fertili si trasformano in deserti. La Cina ormai si aggira per il mondo a caccia di petrolio e di acqua, compra territori africani e le sue petroliere stazionano alla foce del Rio degli Amazzoni per prelevare acqua dolce.

Malgrado ciò, l’acqua è stata consumata nell’opera titanica e nazionalista delle Olimpiadi. Cina e India sono la metafora della grande rottura che si è aperta tra il modello di sviluppo e le risorse, come lo è Los Angeles che depura l’acqua delle proprie fogne e la rimette nella rete idrica, o il Mediterraneo dove, entro il 2030, 240 milioni di persone dovranno vivere con meno di 1.000 metri cubi di acqua all’anno per persona. E’ un limite che indica l’area del conflitto idrico, ma là si prevede ugualmente la cementificazione del 50% delle coste, la triplicazione dei porti turistici, il raddoppio delle centrali termiche e delle industrie chimiche ecc… Un altro esempio è Barcellona che quest’anno è stata rifornita di acqua potabile attraverso navi cisterna. Come Palermo che ha privatizzato l’acqua dandola all’Amga di Genova, in combutta con le multinazionali francesi, quando nel quartiere Zen i cittadini pagano il pizzo alla mafia per vederla sgorgare dal rubinetto.

La crisi del petrolio spinge verso i biocombustibili, sottrae acqua e territorio alle produzioni alimentari, con il risultato di far aumentare i prezzi dei cereali. Si raschia il fondo dell’idroelettrico e delle dighe. Nel nostro paese è un fiorire di piccole dighe a discapito dei regimi idrogeologici. Si cerca di strappare il massimo dei profitti dall’agricoltura, orientandola verso colture in serra e nella floricoltura, con grande dispendio di prodotti chimici, di acqua, di energia e a discapito dgli alimenti primari.

Si rispolvera il nucleare, pur sapendo che in Italia, dovrà essere fatto sul Po, prelevando ancora più acqua da questo fiume in profonda crisi. Nella cosiddetta Padania, il precario destino del Po, privato dei ghiacciai e stremato dai prelievi, metterà a rischio un’area dove si realizza il 50% del Pil italiano. Eppure l’economia e la politica padana proseguono con la logica della cementificazione che marcia a ritmi del 14% in più ogni anno, la più alta in Europa; vi si allevano 6 milioni di suini, si producono milioni di tonnellate di rifiuti tossico nocivi che si consegnano alla criminalità organizzata; e dopo una prima tappa in Toscana, prendono la strada del Sud d’Italia, inquinando irrimediabilmente le falde di Campania, Puglia, Sicilia, Abruzzo. E c’è Pescara che ha dovuto di recente chiudere i propri pozzi inquinati dai rifiuti tossici, c’è Velletri che deve essere rifornita con autobotti ecc., ecc…. Ogni anno si teme che il cuneo salino risalga il Po e i principali fiumi, mettendo a rischio colture e potabilità in molte città. Le falde costiere di tutto il bel paese sono in via di salinizzazione.

La crisi idrica non risparmia alcuna regione, nemmeno la Toscana: con i problemi dell’Ombrone, delle falde di costa irrimediabilmente salinizzate, con i prelievi dell’industria cartaria di Lucca, con l’Amiata, con i consumi e l’inquinamento delle miniere di salgemma della Solvay ecc…

Siamo il paese con il consumo maggiore di pesticidi e in Europa il paese con il più alto consumo di acqua per uso domestico: 260 litri per persona al giorno. E tutti i piani d’ambito italiani del servizio idrico integrato, partono da almeno 250 litri a persona. Eppure la risposta della politica è: i servizi idrici vanno privatizzati, le sorgenti, le falde e i torrenti migliori dati in concessione alle multinazionali dell’imbottigliamento, l’acqua «grezza» incanalata e venduta al barile.

Le municipalizzate di acqua, energia, trasporti, rifiuti, ecc. vanno messe in liquidazione, sottratte ai Comuni, affidate a grandi multiutility, immesse nel gioco del mercato finanziario, vista la loro incapacità di gestire con efficacia, efficienza, economicità, le aziende dei servizi di pubblica utilità. Così si licenziano lavoratori cancellando competenze, si riducono i controlli, come a Ferrara, dove in 5 anni le tariffe privatizzate sono aumentate del 35%, sono cresciute le perdite in rete, viene sospesa l’erogazione a chi non paga e si annuncia che se si «consuma meno acqua» le tariffe lieviteranno.

Il cittadino cessa di essere un portatore di diritti primari come il diritto all’acqua, ma diventa cliente di una SPA, un consumatore. Le leggi obbligano sindaci e comuni a privatizzare i loro servizi, gli amministratori locali vengono sollecitati a quotarsi sul mercato borsistico internazionale.

E’ una mutazione genetica della democrazia, la fine di ogni politica urbana, e avviene dappertutto. Ne deriva una sorda lotta, condotta contro i movimenti in tutto in tutto il mondo, ma anche contro comuni e imprese pubbliche, entrambi colpevoli, per destra e sinistra, di «conservatorismo». L’ex ministra Linda Lanzillotta dichiara che le imprese pubbliche devono essere messe al bando. Il linguaggio suscita inquietudine, come suscita inquietudine il presidente di Aem milanese Zuccoli, che dopo la fusione con Asm di Brescia dice: ora siamo finalmente dei predatori.

Le regole della concorrenza vengono stravolte e violate, si formano cartelli; in Italia i colossi Veolia e Suez Lionnais des Eaux intrecciano azioni, patti e cordate più o meno leciti, con le ex municipalizzate di Roma, Bologna, Genova, Milano, Brescia, nell’unico disegno di conquistare tutti i servizi idrici italiani, dalla Toscana alla Sicilia combinandosi con imprese locali dagli oscuri assetti societari.

Acea, Hera, Amga, A2A, Publiacqua, Sicilia Acque… E’ un processo di fusioni con al centro le multinazionali francesi che coinvolge banche come il Monte dei Paschi, Merrill Lynch, Intesa, la svizzera Pictet e gli imprenditori abituati a tuffarsi nell’acqua come Caltagirone, Pisante ecc.I titoli idrici vengono pubblicizzati come investimenti sicuri, Fideuram, Amro, Pictet, assicurano il 30% d’aumento degli utili, le multinazionali dell’imbottigliamento, Nestlè, Danone, Coca Cola hanno portato il prezzo della «loro» acqua più in alto di quello del petrolio.

E in paesi come gli Usa dove le municipalità mantengono pubblici i servizi idrici, ecco che finanzieri d’assalto come il petroliere texano T. Boone Pickens stanno comprando terreni demaniali con diritti di sfruttamento delle falde, così che la città di Dallas ora rischia di dover pagare l’accesso alle riserve idriche. La Royal Dutch Shell sta facendo la stessa cosa sulle falde del Colorado e la Nestlè fa incetta di terreni rurali garantendosi l’accesso a bacini di acqua potabile.

La Groenlandia rivendica l’indipendenza per gestire la sua ricchezza d’acqua e di petrolio. La Bolivia rischia la secessione del suo stato più ricco di petrolio e di acqua. Il premier Russo Putin annuncia che metterà nelle pipeline l’acqua dei ghiacciai e dei fiumi siberiani, a disposizione di tutti quelli che potranno pagare.

La febbre dell’acqua non risparmierà nessuno: l’Ocse stima che nei prossimi 20 anni quasi la metà della popolazione mondiale vivrà in zone ad alta tensione per insufficienza di acqua potabile; il prezzo dei terreni rurali potrà raddoppiare se si trova sopra falde ricche; ci sarà un mercato sempre più vasto e la gente dovrà pagare a caro prezzo l’acqua. E quelli che la possiedono fisseranno il prezzo o escluderanno dall’accesso.

E’ in una simile prospettiva che si colloca oggi la politica, la quale ha una sola dimensione, quella delle emergenze: ambientali, sociali, democratiche. I contenuti e i tempi non sono «per quelli che verranno» sono i prossimi 40 anni. Niente di ideologico in tutto ciò. Anzi, non reggono più le ideologie dei grandi sogni: il sol dell’avvenire, il regno di dio o il capitalismo democratico che pensa che a colpi di libero mercato porterà benessere e democrazia a tutti.

Le drammatiche emergenze chiamano in causa le elite economiche, politiche e culturali, e poi intellettuali e ricercatori, la società civile nella vera eccezione del termine, i lavoratori coscienti. Invitano tutti ad assumere nel proprio operare la dimensione etica dell’interesse generale, del pubblico. Niente di ideologico in tutto ciò, c’è però la questione del limite della crescita, ma nessuno ha il coraggio di parlarne. Bisogna non leggere la realtà con gli occhiali deformanti dall’ideologia culturalmente dominante; avere il coraggio di sbarazzarsi dell’irreale senso comune che teme solo lo strapotere di un pubblico che ormai non esiste più, che denigra le aziende pubbliche che (quasi) non esistono più, che teme un comunismo che non esiste più.

 

Ma è soprattutto sul privato in apparenza trionfante che occorre riflettere: esso è in realtà una forma oligarchica senza confini tra pubblico e privato, sul crinale del conflitto di interessi tra controllore e controllato; che privatizza la politica; che trasforma gli amministratori, i sindaci, gli amministratori dei comuni, in liquidatori del patrimonio pubblico, dei beni comuni delle comunità. Li cambia in giocatori d’azzardo, in clienti del casinò universale che pervade l’economia, planetaria e italiana.

Niente di ideologico in tutto ciò; e non sono solo nel pormi tali domande.

La domanda fatale se la pongono persone molto più autorevoli e lontane da ogni possibile accusa di ideologismo anticapitalista. Valgano per tutti le parole di Guidi Rossi, ex presidente della Consob, della Telecom, padre della legislazione antitrust: «e se il nostro fosse l’ultimo secolo dell’umanità, dopo di che la natura verrà distrutta…? Un crepuscolo dell’umanità annunciato, rigorosamente laico, nel senso che non prevede alcuna scesa in capo di alcun Dio distruttore; un inferno anticipato per il nostro pianeta, a causa della furia devastante di un Supercapitalismo senza regole, di un consumismo privo di freni, un culto blasfemo del profitto che finisce col mettere nell’angolo le libertà, la politica, intesa come partecipazione e soprattutto quella cultura del diritto su cui dovrebbe fondarsi la moderna Europa».