di Peter Bosshard*

renato-forum-acqua1Migliaia di funzionari del settore idrico sono attualmente a Istanbul per la quinta edizione del Forum mondiale sull’Acqua (WWF5), il cui slogan è «colmare il divario per l’acqua». Un compito improbo: circa un miliardo di persone in tutto il pianeta non hanno adeguato accesso alle risorse idriche. Tuttavia le risorse finanziarie per i paesi del Sud del mondo si stanno rapidamente prosciugando, anche per il settore idrico.

Nella loro dichiarazione finale, i ministri convenuti al WWF5 chiederanno un aumento significativo di investimenti nelle infrastrutture per l’acqua. Eppure il loro modello di sviluppo preferito, che comprende grandi dighe e canali di irrigazione, non risponde alle esigenze delle persone che non hanno accesso all’acqua potabile, a un sistema di fognature e all’irrigazione.
Le grandi dighe sono pericolose, hanno causato lo sfollamento di almeno 40 milioni di persone (altre stime parlano di 80), la maggior parte delle quali adesso vive in povertà a causa di tale processo. I mega-sbarramenti hanno fatto sì che le specie animali di acqua dolce siano quelle più a rischio in tutto il pianeta. I bacini artificiali non fanno bene al clima, specialmente se si trovano nelle regioni tropicali.
Ricercatori brasiliani affermano che il metano prodotto dalle dighe è responsabile del 4% delle emissioni che provocano il surriscaldamento globale. Le dighe possono provocare terremoti, specialmente se costruite in regioni a forte attività sismica come l’Himalaya. In media, la costruzione dei grandi sbarramenti costa il 50% di più di quanto preventivato al momento della loro progettazione e i lavori durano più del previsto. A fronte di tutti i costi sociali, ambientali ed economici, le dighe non riescono a «colmare il divario». La maggior parte della popolazione mondiale non vive in fertili valli, ma in territori senza forniture idriche, sistemi di irrigazione e reti elettriche.
Il progetto della diga di Gibe 3, in Etiopia, mostra alla perfezione quanto c’è di sbagliato nell’attuale approccio allo sviluppo idrico. La costruzione dell’opera – dal costo di 1,7 miliardi di dollari – è stata iniziata nel 2006, due anni prima che fosse approvata la valutazione di impatto ambientale. I contratti sono stati aggiudicati senza alcuna gara di appalto internazionale (a un’impresa italiana, la Salini), in una sorta di invito alla corruzione. Il progetto mette a rischio l’ecosistema del lago Turkana e le sopravvivenza di migliaia di contadini che dipendono da quel bacino d’acqua. Inoltre, Gibe 3 non porterà benefici alla popolazione locale, dal momento che non prevede fornitura idrica ma solo la produzione di energia elettrica che sarà quasi tutta esportata. Eppure la Banca europea per gli investimenti e la Banca Africana di sviluppo nei prossimi mesi valuteranno se finanziare il progetto.
Ci sono altre soluzioni, più economiche e sostenibili, per risolvere il problema. Per secoli i contadini indiani hanno costruito piccole dighe per conservare l’acqua e rigenerare il bacino acquifero. Secondo l’Onu, con un investimento di 7 miliardi di dollari in quel tipo di strutture si potrebbe quintuplicare la produzione annuale, in un paese dove l’agricoltura dipende quasi esclusivamente dalle piogge monsoniche. Un istituto di ricerca del Colorado ha progettato tecnologie di gestione idrica a basso costo e a rischio zero. Con un investimento di circa 20 miliardi in queste tecnologie (ovvero quanto si spende l’anno per le grandi dighe) si farebbero uscire dalla povertà oltre 100 milioni di persone.
*Rappresentante della rete International Rivers, internationalrivers.org.