rodotàProfessor Rodotà, può darci anzitutto il suo giudizio di giurista sull’ordinanza del Tar del Lazio che rimette in discussione la presenza degli insegnanti di religione cattolica negli scrutini scolastici e il contributo ai «crediti formativi» di quell’insegnamento facoltativo?

Ritengo che l’ordinanza sia assolutamente corretta. Il punto di partenza è rappresentato da una sentenza della Corte costituzionale ben nota e che risale a 20 anni fa. In essa si sancisce che la laicità è un principio supremo – e lo sottolineo – dell’ordinamento repubblicano. Questo implica, sempre per la Corte, la garanzia del pluralismo della libertà religiosa e culturale. A partire da qui, non v’è alcun attacco alla libertà religiosa né all’insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica: sono invece messe in discussione come illegittime – ripeto, correttamente – due delle conseguenze che si sono volute trarre dall’istituzione di quell’insegnamento. Primo: che quest’insegnamento contribuisca alla formazione del credito formativo. Secondo: che l’insegnante di religione partecipi al consiglio di classe in sede di scrutinio. Quel che è messo in discussione in tal modo è proprio il principio d’uguaglianza, dice il Tar: perché per coloro che non optano per l’insegnamento della religione cattolica non venivano così riconosciute possibilità analoghe. Non a caso, i ricorsi sulle ordinanze Fioroni sono stati sostenuti ufficialmente da confessioni diverse da quella cattolica. Dunque il Tar, adesso, applica rigorosamente quel principio di laicità: che non è ostile all’insegnamento della religione cattolica, ma che certamente non consente di attribuirgli uno statuto privilegiato.

Eppure, la ministra Gelmini ha subito presentato ricorso al Consiglio di Stato e appare molto convinta.
Ho appena sentito sue dichiarazioni nelle quali argomenta il particolare statuto culturale e il peso storico in Italia della religione cattolica. Ma questo non è affatto messo in discussione: semplicemente, il Tar del Lazio ribadisce un principio costituzionale evidente e cioè che non se ne può trarre un privilegio. Insomma: da una valutazione culturale non se ne trae una giuridica.

Si dice, da parte di chi avversa le conclusioni dei giudici amministrativi, che gli insegnanti di religione – cattolica, visto che questo è l’unico insegnamento religioso istituito – sarebbero trattati come insegnanti di serie B…
La realtà è inversa: agli insegnanti di religione è stato attribuito, proprio per volontà della Chiesa cattolica, uno statuto differenziato, con minori garanzie. Perché a loro la Curia può revocare il nulla osta. Il punto è molto chiaro: nella scuola pubblica l’insegnamento della religione cattolica non è un’insegnamento impartito da una persona libera di farlo in maniera difforme dalla Chiesa. Dunque non v’è alcuna discriminazione, bensì una distinzione molto chiara derivata proprio dalla volontà della Chiesa che ha voluto per questi docenti limitare la libertà di insegnamento. E’ perciò del tutto giustificata la linea scelta dal Tar.

Protagonisti e polemisti di parte avversa dicono che quell’insegnamento non sarebbe affatto confessionale: come risponde?
Allo stesso modo: il fatto che su di esso è stato mantenuto il controllo della Curia dimostra il contrario. E bisogna pur dire che al tempo del Concordato si fece il tentativo di introdurre un insegnamento di storia delle religioni – vedo oggi anche una proposta di Cacciari che in qualche modo riprende l’idea – : ecco, sarebbe stato in ogni caso un insegnamento non confessionale, più conforme alla scuola pubblica. Lo dico per ricordare che due dei maggiori sostenitori non furono dei “laici”: ma due cattolici impegnati in politica come Pietro Scoppola e Leopoldo Elia.

Che dice, professore, dell’accusa contro la pronuncia del Tar da monsignor Coletti, presidente della commissione per l’educazione cattolica della Conferenza episcopale italiana, cioè che con l’«esclusione dall’orizzonte culturale e formativo civile di ogni identità si cade nel più bieco e negativo risvolto dell’Illuminismo»?

Guardi, sono letteralmente sbalordito. E’ il sintomo d’una regressione culturale spaventosa. Si può essere più o memo d’accordo su cos’è stato l’Illuminismo: ma questa è un’aggressione ad un momento fondamentale della cultura moderna. Vorrei ricordare che, al netto appunto d’ogni altra valutazione, da quel momento nacque la triade politica moderna: libertà, uguaglianza, fraternità. Quest’attacco è un segno assolutamente inquietante dell’aggressività – ribadisco: culturalmente regressiva – con la quale si vuole imporre un particolare punto di vista in modo non conforme all’ordinamento costituzionale repubblicano. D’altra parte, è evidente che la Chiesa non deve difendersi proprio da alcuna violazione del Concordato: il dettato era infatti di garantire l’insegnamento della religione cattolica, non comportava né poteva comportare altri obblighi della Repubblica sulla forma di quest’insegnamento. Sono cose banali, che purtroppo vanno oggi ripetute. E purtroppo dirle fa loro assumere, oggi, un significato polemico: precisamente perché viviamo in un mondo in cui quella regressione culturale vuole affermarsi aggressivamente.

A proposito: non la stupisce che, di fronte quelle di chi si schiera esattamente a fianco della Cei e della ministra Gelmini – a partire dall’ex ministro Fioroni, ovviamente – , non si levi dal Pd alcuna voce a sostegno del principio costituzionale di laicità?

Non solo questo mi stupisce ma mi preoccupa moltissimo. Non è che se Fioroni ha fatto uno sbaglio come ministro, di fronte ad argomentazioni precise e rigorose come quelle del Tar, il Pd debba chiudersi nella difesa acritica d’uno dei suoi rappresentanti. Eppure, nel Pd mentre coloro che hanno scelto la linea cosiddetta «teodem» connotano col loro attivismo uno degli aspetti della presenza pubblica del partito, ai livelli apicali non si sentono altre argomentazioni; tanto meno con altrettanta forza. Dunque, il Pd non sa far sentire una sua voce se non imposta da quella parte. Cosa che ha già pesato molto sulla credibilità di questo schieramento.