Roberto Farneti
gianni ferraraGianni Ferrara, professore emerito di Diritto Costituzionale presso l’Università La Sapienza di Roma. Dopo avere ottenuto il federalismo fiscale, la Lega alza il tiro. Ora propone di adeguare i salari al costo della vita, tagliando l’Irpef per chi vive al Nord e azzerando l’Ires per quelle aziende che aprono e creano nuova occupazione al Sud. Nel momento in cui si pensa di non far pagare a una parte degli italiani una tassa nazionale che fornisce circa un terzo del gettito fiscale per lo Stato e che concettualmente riguarda tutti i cittadini, indipendentemente da dove risiedono, non si corre il rischio di minare ulteriormente l’unità del paese? Non siamo già oltre i limiti fissati dalla Costituzione?

Non c’è dubbio alcuno. A mio giudizio la Lega sta conducendo una politica ormai chiaramente e pericolosamente di attentato non soltanto verso la Costituzione, ma verso la stessa unità nazionale, verso la Repubblica italiana intesa come comunità di cittadini e cittadine. Questa è l’ultima delle trovate, l’ultima delle provocazioni, l’ultima delle azioni del Carroccio volte a creare le precondizioni per la secessione. E quindi già solo per questo dovrebbe essere respinta. Non parliamo poi dei riflessi costituzionali che attengono al principio dell’uguaglianza tra i cittadini. Pensare di utilizzare lo strumento della leva fiscale non con l’obiettivo di una diversa distribuzione della ricchezza nazionale, capace di perequare le situazioni deboli rispetto a quelle forti ma, al contrario, per rovesciare il carattere progressivo della imposizione fiscale, fondamentale, secondo la Costituzione italiana, per garantire l’uguaglianza sostanziale e la coesione sociale – idee che la Lega che propone e che il premier Silvio Berlusconi sostanzialmente accetta, anche se poi dice di avere detto un’altra cosa – è chiaramente una linea che, anche in vista probabilmente delle elezioni regionali dell’anno prossimo, mira a scardinare i vincoli della solidarietà sociale, politica ed economica. Ci troviamo di fronte a una eversione molto evidente, molto trasparente, che caratterizza la linea politica della Lega e che influisce sull’azione del governo. Io credo che da questo punto di vista non soltanto la sinistra, ma chiunque in Italia abbia sensibilità democratica e soprattutto abbia a cuore l’unità del Paese, non possa che reagire e far capire che, se salta la solidarietà nazionale, salta anche quel rapporto di civile convivenza che in tutti paesi è a fondamento della vita sociale.

Sta di fatto che gli slogan della Lega hanno una certa presa sull’opinione pubblica, perché quando si dice che bisogna adeguare i salari al costo della vita, molti cittadini del Nord non pensano che sia un ragionamento sbagliato. In fin dei conti, è il principio su cui si fondava la scala mobile. Poi si scopre che slogan efficaci dal punto di vista mediatico vengono utilizzati dal Carroccio come “cavallo di Troia” per andare oltre il federalismo fiscale. Ad esempio, insistere sul minor costo della vita al Sud potrebbe servire per giungere a mettere le mani sui soldi del fondo perequativo di solidarietà istituito per aiutare le Regioni più deboli.

Ho sempre considerato il Titolo quinto della Costituzione, modificato nel 2001 su iniziativa dell’allora governo di centrosinistra e che è la base su cui si fonda il federalismo fiscale, un monumento di insipienza giuridica e politica. Il federalismo fiscale mira tutt’altro che a perequare, a colmare il divario economico tra le diverse Regioni. Semmai mira a fare in modo che le regioni più ricche possano tenersi i loro soldi. E questo lo si capirà ancora meglio se passeranno le modifiche previste per il Senato, in modo da renderlo organo espressivo delle realtà locali, quindi delle 12 regioni ricche rispetto alle 8 regioni poveri. A quel punto si vedrà chiaramente che, attraverso questo meccanismo, verrà svuotato il principio della progressività delle imposte, che la Costituzione impone come strumento di perequazione economica e sociale tra tutti i cittadini. Siamo a un punto molto delicato, perché attraverso la mistificazione delle norme della Costituzione e dei principi fondativi di una comunità civile, si vuole in realtà realizzare la disuguaglianza più eclatante, facendo prevalere l’egoismo dei ceti più ricchi.

Sia i sindacati che la Confindustria hanno però detto no a ipotesi di nuove gabbie salariali. Le imprese, con il nuovo modello, puntano a salari differenziati non su base regionale ma su base contrattuale.
Il nuovo modello contrattuale è un altro strumento attraverso cui si vuole piegare il Mezzogiorno e sopraffare i lavoratori. Perché è evidente che, se il contratto collettivo nazionale salta, le imprese sono più forti. E’ in corso un attacco concentrico alle conquiste che la Costituzione della Repubblica sancisce.