Per privatizzare i servizi pubblici locali, prima di tutto l’acqua, il governo si nasconde dietro a presunte procedure di infrazione comunitarie. E pone la fiducia sul decreto legge, che offre ai privati affari miliardari. Le iniziative dei movimenti e dei consumatori. E i dubbi di costituzionalità. Lo hanno chiamato «decreto salva infrazioni» e a presentarlo è stato il ministro delle politiche comunitarie Andrea Ronchi per dare esecuzione alle sentenze della Corte di giustizia delle Comunità europee. Si compone di venti articoli, che «correggono» altrettante normative su altrettante materie, fra cui, all’articolo 15, i servizi pubblici locali di rilevanza economica [acqua, rifiuti, trasporto pubblico locale]. L’Italia è una collezionista incallita di procedure da parte dell’Europa, vantandone oltre 160, ma nessuna di queste giustifica un tale intervento normativo da parte del nostro governo. Sono due quelle attinenti ai servizi pubblici: una riguardante l’affidamento da parte del comune di Contigliano [Rieti] del servizio di gestione dei rifiuti alla società Ama Servizi Srl, un’altra sull’affidamento del servizio idrico da parte dell’Ato Marche. Presumibilmente a queste si aggrappa il decreto legge n. 135/2009 [cosiddetto «decreto Ronchi», nel senso di Andrea, Pdl]: il dubitativo è d’obbligo perché l’articolo 15 non dice a quali procedure di infrazione si riferisce, diversamente dagli altri articoli, che citano le direttive e/o le procedure di riferimento. E questa è la prima stranezza di questo decreto, la seconda è che il governo vuole approvarlo talmente di corsa da decidere di chiedere la fiducia oggi alla camera [al senato è già passato]. In ballo, evidentemente, ci sono interessi pesanti, che per valutarli tutti bisognerebbe spulciare parola per parola, articolo per articolo. Intanto, sappiamo per certo che il decreto legge 135 privatizza di fatto il servizio idrico, che da solo vale almeno 6 miliardi l’anno di bollette [nonché quello rifiuti, per cui oggi scioperano i netturbini di tutta Italia]. Lo fa disponendo l’aumento delle quote dei privati nelle società di gestione e, soprattutto, impedendo il cosiddetto affidamento «in house» [l’amministrazione pubblica provvede al suo interno a garantire il servizio, senza ricorrere a terzi e senza gara]. E non è detto che l’apertura ai privati del decreto legge escluda le infrastrutture e le reti di distribuzione idriche [acquedotti]. Il governo vuole blindare il testo, per evitare anche la discussione degli emendamenti, forse addirittura preoccupato per la tenuta della maggioranza. Ma sul testo pendono minacce di incostituzionalità su diversi punti: ad esempio, perché lo stato può dettare solo regole generali, mentre il decreto legge 135 entra così tanto nello specifico da impedire gli affidamenti in house. Poi, perché non separa i servizi di interesse economico da quelli di interesse pubblico. Un discorso a parte meritano i controlli, su cui, ovviamente, il decreto non dice niente. Neppure un’autority, che non si nega a nessuno quando si liberalizza. Già oggi non è disponibile un dato valido sui volumi utilizzati, sulla disponibilità, sulla qualità dell’acqua. Le uniche notizie sono, eventualmente, quelle fornite dalla stessa società che gestisce e «vende» l’acqua, figuriamoci cosa succederà dopo. Il decreto prevede la cessazione improrogabile delle gestioni «in house» e di quelle a società a partecipazione mista pubblica e privata a fine 2011, proprio quando scade la stragrande maggioranza degli affidamenti del servizio idrico integrato, rischiando di provocare una ingestibile e inefficace contestualità di gare, scriveva la Cgil nelle prime osservazioni alla riforma dei servizi pubblici locali. «Di fronte ai 630 deputati che si apprestano a votare l’articolo 15 e la definitiva privatizzazione dell’acqua, sono state portate le ragioni dei 406 mila cittadini che già da due anni hanno depositato nello stesso parlamento una legge d’iniziativa popolare per chiedere la ripubblicizzazione dell’acqua», dice il Forum italiano dei movimenti per l’acqua. Federconsumatori e Adusbef hanno già annunciato la raccolta di firme per un referendum abrogativo contro la legge che privatizza i servizi idrici.

di Anna Pacilli