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Intervista al presidente del  contratto mondiale 

Castalda Musacchio
Lacqua scarseggia; se i governi non si convincono che si deve optare per uno sviluppo diverso, le risorse della terra sono destinate ad esaurirsi. Nel 2020 il rischio è che nel 60% del pianeta non si troverà più acqua potabile. Non è solo allarme, la prima conferenza nazionale dei Cambiamenti climatici promossa dal ministero dell’Ambiente e organizzata dall’Apat, apertasi ieri a Roma presso la sede della Fao lancia una vera emergenza. Una conferenza attesa che ha avuto anche un successo imprevisto, con ben oltre 20mila persone che l’hanno seguito ieri in diretta on line.

A testimonianza che la questione dei cambiamenti climatici non può davvero che essere ai primi posti dell’agenda politica. Perché il tempo è finito. Anzi siamo oltre quello massimo. O perlomeno è questo il parere degli esperti, numerosi, che si sono susseguiti dal palco della “red room” del palazzo nella prima parte della sessione dedicata appunto alle “Risorse idriche”.

Le parole chiave sono note: limitare i consumi anche domestici attraverso interventi istituzionali, riconvertire lo sviluppo, rieducare i governi a considerare pubblico ciò che è un bene comune che sta per esaurirsi, come l’acqua appunto. E lo stesso Riccardo Petrella (presidente del comitato internazionale per il contratto mondiale dell’acqua) in uno degli interventi più applauditi della conferenza è tornato a dirlo con nettezza. «Le soluzioni tecniche? Ci sono. E’ ora che la politica agisca». Leggi il seguito di questo post »

Nove giovani su 10 sono preoccupati dai cambiamenti climatici. È quanto emerge da un sondaggio del Cts, con i giovani fra 14 e 30 anni. L’inquietudine per estati torride, ghiacciai in dissolvimento ed altre anomalie climatiche risulta di estremo interesse per la quasi totalità (il 92%) del campione intervistato. Se il nord appare, nella fattispecie, più in ansia che il sud (rispettivamente 76% e 24%), oltre la metà dei giovani (52%) che hanno risposto ai quesiti dell’associazione trovano nell’aumento eccessivo della temperatura e nella siccità le manifestazioni più evidenti ma anche più inquietanti dei cambiamenti climatici. A seguire la riduzione dei ghiacciai e l’innalzamento del livello del mare (25%). Preoccupano meno la perdita di biodiversità e la maggiore intensità di piogge e uragani (11%). Poco sentita la paura per una possibile diffusione di epidemie (1%). 

Il riscaldamento del Belpaese quadruplica quello del resto del mondo. I mari arretrano, desertificazione in agguato. Rinviare una politica nazionale sarà più oneroso che investire nelle bioenergie

Sabina Morandi
Se pensate che le conferenze internazionali non servano a niente date un’occhiata alle rassegne stampa dei giorni scorsi: ministri, imprenditori e sindaci hanno inscenato un’offensiva a tutto campo per prevenire qualunque decisione vincolante sulle emissioni di gas inquinanti – vedi carbone, rigassificatori e via dicendo… Dà un’idea della guerra sotterranea che, assicurano voci informate, si sta già combattendo sul documento ufficiale previsto per domani. Ma le vecchie armi spuntate – come l’evocazione della finta crisi del gas che due anni fa non ha avuto luogo – non riescono a rovinare il Pecoraro Day. Al ministro per l’Ambiente il merito di fotografare la crisi climatica incombente con due semplici numeri: il pianeta può assorbire 12 miliardi di tonnellate di anidride carbonica ogni anno e noi, in un anno, ne produciamo fra i 26 e i 28 milioni di tonnellate.

Il che significa che, anche dimezzando la produzione di gas serra, possiamo soltanto sperare di mantenere il disastroso status quo cui siamo giunti dopo decenni di incosciente razzia. Parte quindi con le migliori intenzioni la Conferenza nazionale sui mutamenti climatici che si tiene nella sede della Fao a Roma, voluta dal ministero dell’Ambiente e organizzata dall’Apat (l’Agenzia per l’ambiente e per i servizi tecnici).

A presenziare la cerimonia d’apertura il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano – che si dice «convinto che quello del cambiamento climatico e del futuro dell’ambiente sia uno dei più gravi e complessi problemi globali» e auspica «che l’Europa parli con una sola voce» – e il presidente della Camera Fausto Bertinotti che punta invece il dito contro le «inadeguatezze culturali» e le «resistenze dure, interessi che non hanno alcuna propensione per mutare lo status quo». Leggi il seguito di questo post »

normal_allarme-incendi.jpgLe vittime accertate, ieri sera, erano due: una coppia di anziani trovata carbonizzata nella propria auto. 304 incendi nella Penisola: «Emergenza senza precedenti» 

Francesca Pilla(il manifesto) 

L’Italia brucia, ma non si tratta del dramma estivo a cui siamo purtroppo abituati. Centinaia di incendi divampati in contemporanea concentrati nel centrosud, afa e condizioni climatiche difficili, 45 mila ettari di boschi e terreni carbonizzati e completamente distrutti, sono una condizione senza precedenti. E ieri il bilancio del disastro ambientale si è aggravato con le vittime civili. Fino a ieri sera non era ancora chiaro il numero dei morti: due i cadaveri identificati. Ma si parla anche di altre due persone decedute sulla spiaggia a causa dell’incendio che ha sorpreso e travolto migliaia di turisti e abitanti pugliesi tra le località balneari di Peschici e Vieste.

Un inferno di fuoco, con vampate alte anche 30 metri, che nel Gargano in pochi attimi ha circondato villaggi, campeggi, alberghi e hotel mettendo gli ospiti in fuga. La maggior parte delle persone sono scappate verso la spiaggia mentre alle loro spalle si alzava una cortina incandescente di fiamme e fumo nero. Le strade interne sono state, infatti, completamente compromesse o avvolte dal fuoco. Un deposito di bombole di gas è esploso a causa delle fiammate. Oltre mille malcapitati sono stati tratti in salvo dalle motovedette della capitaneria di porto e dai pescatori, ma per ore il panico si è impossessato del luogo di villeggiatura, anche perché i soccorsi hanno tardato a intervenite. Leggi il seguito di questo post »

L’Italia brucia: due morti, migliaia di sfollati

Peschici

 Il Corriere della Sera

«L’acqua? Bevete quella del rubinetto»

Dopo la California, ecco la crociata di New York. In tutta Italia è guerra alle bottigliette

no-bottle-water.jpgDicono che il sindaco Michael Bloomberg, tra una stretta di mano e l’altra, non perda occasione per dire che a New York non si beve acqua migliore di quella che esce dal rubinetto. Provare per credere, lancia ora la sfida la sua amministrazione: «Dimenticatevi la minerale e bevete l’acqua che “sgorga” direttamente in casa vostra». E via, con la moral suasion: è sicura, gradevole, pulita, costa meno di quella imbottigliata, è più pratica. E soprattutto: permette di risparmiare e ridurre la produzione di montagne di vetro e di plastica. Difficile immaginare il sindaco Bloomberg alle prese con filtri di carbonio attivo, con ingombranti casse di minerale da stivare nel baule della sua familiare (e/o da legare al portapacchi della bicicletta), o ancora con sacchi da Babbo Natale ricolmi di bottiglie da gettare nei bidoni della differenziata. Leggi il seguito di questo post »

Il No al ddl Lanzillotta”

*  Antonio Bonanese Segr. Gener. Fp Cgil Foggia

**  Beppe di Brisco Attac Italia comitato di Foggia

untitled1.jpgL’attuale modello di sviluppo – energivoro,consumistico,individualista,iniquo – che sopravvive su una appropriazione sregolata di risorse e sulle disuguaglianze è oggi in profonda crisi.Il primato del Mercato e il dominio delle politiche neoliberiste mette in pericolo L’ambiente, la coesione sociale, le istituzioni. Ci sono dei limiti a questo sviluppo che sono dati da un Ambiente che non si può massacrare, da una coesione sociale che non si può distruggere, da beni comuni, dai quali dipende la nostra sopravvivenza che non potranno mai essere ridotti a merce. 

Gran parte del peso di questo nostro modello di sviluppo ricade sul Sud del mondo come nel Mezzogiorno, al quale viene impedito di trovare  la strada al proprio futuro, e sulle future generazioni,che rischiano di pagare con conflitti,povertà e degrado i nostri comportamenti. In questo contesto è proprio il ruolo dell’intervento pubblico che và rilanciato, diversamente da quanto propone il decreto legge Lanzillotta ( in esame alla Camera e in fase d’approvazione), con il quale si intende dare una ulteriore accelerazione liberalizzatrice in tema di servizi pubblici. Leggi il seguito di questo post »

specialetg1_logo_new.gifSpeciale Tg1 del 3 giugno 2007. Di Alessandro Gaeta

Dalla Sicilia alle Alpi un’ondata di protesta contro le bollette dell’acqua (sempre più care) sta scuotendo l’Italia. La tariffa in alcuni province è aumentata con notevoli percentuali, soprattutto a causa della privatizzazione in corso in tutto il comparto dell’acqua potabile.

La maggior parte dei 13mila acquedotti italiani sta passando sotto il controllo di società per azioni, a capitale metà pubblico e metà privato e i costi di gestione sono entrati a far parte della bolletta. E dove sono scattati i primi aumenti, è iniziata la contestazione.  

In città come Firenze, Napoli, Ferrara, Avellino e in paesi più piccoli come Nola e Aprilia ferve la discussione e nascono comitati di protesta che in alcuni casi stanno praticando l’autoriduzione delle bollette. Le polemiche sulla privatizzazione e la distribuzione dell’acqua potabile, il dibattito sull’uso di questa importantissima risorsa di vita, gli sprechi, le garanzie di qualità e purezza dell’acqua che beviamo sono il tema dello Speciale Tg1 dal titolo “H2Oro, acqua pubblica o acqua privata?”.  Il documentario, realizzato da Alessandro Gaeta con la fotografia di Claudio Callini e il montaggio di Edgardo Ciannella, andrà in onda per Speciale Tg1 domenica 3 giugno alle 23,20.

 

Vedi lo Speciale del TG1

 

 

Appello

La cosiddetta “emergenza Campania” da mesi viene utilizzata a livello nazionale quale ammonimento verso popolazioni, comitati di cittadini e associazioni che si battono in tutta Italia da Trento a Torino, da Genova alla piana Firenze-Prato-Pistoia, dall’ Emilia alla Sardegna, dal Lazio alla Sicilia contro la proliferazione di inceneritori e discariche. Il messaggio, di chiaro stampo autoritario è : “ o accettate impianti inquinanti o finirete con i rifiuti per strada come in Campania”.Questo ricatto è inaccettabile e poggia su di una vera e propria falsificazione della realtà, volutamente accentuata dai mezzi di informazione. In Campania come nelle altre regioni, non è la mancanza di costosissimi e nocivi inceneritori e di discariche ad impedire la soluzione del problema rifiuti, ma la colpevole assenza di qualsiasi politica di riduzione alla fonte, di riutilizzo, di riciclaggio, di serie e diffuse raccolte differenziate.… Come sosteniamo da anni, c’è un solo modo per uscire dal problema rifiuti e quindi anche dal “tunnel della cosiddetta emergenza Campania”. Leggi il seguito di questo post »

immagineacqua1.jpgA CHE ACQUA GIOCHIAMO?

Dal 2003, una cabina di regia guidata dall’Autorità di bacino del Po ha invertito la pericolosa tendenza agli sprechi, soprattutto in agricoltura. Garantita la portata minima vitale del Grande Fiume.

Tutti ora si preoccupano del Grande Fiume spossato da un inverno poco generoso appena attenuato dalle piogge dei giorni scorsi. Una magra primaverile eccezionale che ha fatto sprofondare il livello del Po al Ponte della Becca e a Pontelagoscuro, punti di misurazione delle piene ora rimasti all’asciutto.

E così alla fine, dopo qualche settimana di attesa, il Governo, incalzato dagli agricoltori e dai gestori delle centrali elettriche, ha decretato lo stato di emergenza preventivo per il Centro-nord. Non è la prima volta che la paura di rimanere a secco sorprende le regioni più ricche d’acqua del Paese. Parliamo in ogni caso di campi inariditi mentre non sussiste un rischio per l’acqua potabile. Tutta colpa del tempo e del mitico cambiamento climatico? Non proprio.

I fiumi non sono alimentati solo dalle nevi che si sciolgono e il Po non trae la sua portata principale dal Monviso, ma dalle centinaia di sorgenti che drenano le falde idriche lungo il suo corso. «Falde che si stanno impoverendo al ritmo di decine di centimetri all’anno, perché tutti prelevano senza limiti e nessuno controlla», sottolinea Mario Tozzi, ricercatore del Cnr e conduttore televisivo. Leggi il seguito di questo post »

governo-prodi.jpgLa denuncia dei Verdi che chiedono al governo la sospensione dei lavori. Bonelli: «Non sono state rispettate le norme sulla valutazione di impatto ambientale»
Orsola Casagrande

Vicenza
La base americana al Dal Molin non si può fare. Va contro le direttive europee e le leggi nazionali. Lo sostengono i verdi che in una interpellanza dettagliatissima presentata ieri al ministro dell’ambiente Alfonso Pecoraro Scanio chiedono che i lavori al Dal Molin vengano bloccati.
Spiega Angelo Bonelli, capogruppo dei verdi alla Camera: « Esistono direttive comunitarie che prevedono l’attuazione delle procedure di Valutazione d’impatto ambientale per tutta una serie di opere. Quelle esentate sono per esempio le opere di difesa nazionale». Ma difficilmente, sostiene Bonelli, «si può spacciare il Dal Molin come opera di difesa nazionale». I verdi inoltre sostengono che non ci sono documenti del precedente governo che esentino in qualche modo il progetto del Dal Molin dalle normali procedure e pertanto questo nei fatti già pone in seria discussione la legittimità del parere favorevole del presidente del consiglio Romano Prodi all’allargamento dell’aeroporto vicentino. Leggi il seguito di questo post »

 Il «Quarto rapporto» dell’Ipcc: previsioni sempre più precise e attendibili sui cambiamenti climatici in corso. La temperatura aumenta, e i «fenomeni estremi» diventano più numerosi e più intensi

Vincenzo Ferrara *

Il rapporto da oggi in discussione alla conferenza parigina costituisce la prima parte del «Quarto rapporto Ipcc» (Intergovernmental panel on climate changes), che sarà pubblicato a fine 2007 e a cui mancano ancora (ma sono in via di conclusione) sia la seconda parte (sull’impatto dei cambiamenti climatici e l’adattamento ad essi) che la terza parte (sulla mitigazione dei cambiamenti climatici). Il precedente rapporto Ipcc (il terzo) risale al 2001, mentre il secondo ed il primo sono rispettivamente del 1995 e del 1990.(…) In quest’ultimo rapporto l’Ipcc giunge alla conclusione che le proiezioni e gli scenari che erano stati valutati nel rapporto precedente, pur rimanendo esattamente gli stessi, devono essere interpretati correttamente. L’interpretazione viene così condotta in termini di affidabilità di tali scenari, anche in relazione agli errori commessi, ed in termini di probabilità che possano realmente manifestarsi. I punti principali sullo stato del clima globale sono i seguenti: Leggi il seguito di questo post »

che-caldo.jpgCambiamenti climatici In arrivo l’ultimo, drammatico rapporto degli scienziati

Al via la conferenza di Parigi sul clima. Prima gli esperti, poi i governi, affrontano quella che ormai non è più un’ipotesi ma una certezza: il riscaldamento globale dovuto all’attività umana e le sue conseguenze su tutta la Terra  L’effetto serra che cresce sempre più, i ghiacciai che si sciolgono, le acque che salgono di livello… E i governi ancora non riescono a mettersi d’accordo sui tagli alle emissioni di Co2. Anche se ora, forse, qualcosa comincia a muoversi

Anna Maria Merlo
Parigi ( il manifesto)

Il 2 febbraio, mentre
la Tour Eiffel verrà spenta simbolicamente per una sera dal sindaco Delanoë come incitamento al risparmio energetico (le sue accensioni fantasmagoriche degli ultimi anni vanno in senso opposto, ma pazienza) i ministri dell’ambiente presenti alla Conferenza di Parigi sulla governance climatica voluta da Jacques Chirac avranno sul tavolo il riassunto del rapporto dell’Ipcc (Intergovernmental panel on climate changes – Gruppo intergovernativo di esperti sull’evoluzione del clima) in riunione questa settimana all’Unesco. L’Ipcc è una rete di scienziati e istituti di ricerca nata nel 1988 nell’ambito delle Nazioni unite; dal ’90 ha pubblicato un rapporto ogni cinque anni. Quello di quest’anno affina e completa i dati rilevati nel 2001.

La principale conferma riguarda il riscaldamento globale: l’attività umana ne è ampiamente responsabile. Per questo il gruppo degli esperti si rivolge ai politici, a cui gli scienziati chiedono di agire senza perdere più tempo. Dei segnali arrivano dal mondo politico e dall’industria: si è visto a Davos, alla kermesse dei ricchi e potenti, dove persino la Exxon, che ha speso milioni di dollari per negare «scientificamente» che il riscaldamento globale del clima sia causato dall’attività umana, oggi ammette a mezza voce di aver avuto torto. Il nuovo slogan è «make green pay», rendi redditizio l’approccio ecologico.
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Marinella Correggia Il Manifesto

indonesia-forest.jpgLa strategia europea in favore dei biocarburanti (come il biodiesel ricavato da piante oleaginose e il bioetanolo ricavato da colture ricche di zuccheri o amidi) preoccupa i movimenti ambientalisti di mezzo mondo, in particolare per il suo possibile impatto socioambientale, in America latina e in Asia (vedi i terra terra di ieri e del 6 gennaio), e anche in Africa.
Ora Greenpeace rilancia l’allarme: la crescente domanda di biodiesel incoraggiata dalle direttive dell’Ue potrebbe dare il colpo di grazia ai pochi orang utan superstiti di questo pianeta. Si potrà infatti innescare il seguente effetto a catena: maggiori consumi di biocarburanti in Europa, maggiori importazioni di palma da olio, ulteriore espansione delle relative piantagioni in Indonesia, distruzione delle foreste, minaccia mortale per gli orang utan che vi sopravvivono. Non a caso, denuncia Greenpeace Indonesia, subito dopo l’emanazione della direttiva il governo indonesiano ha approvato progetti per l’espansione delle piantagioni di palma da olio in vaste aree di Papua e Kalimantan: un milione di nuovi ettari da mettere a piantagione. Leggi il seguito di questo post »

Rapporto inglese: solo misure energetiche immediate eviteranno la catastrofe A rischio il 20% del Pil mondiale: sarebbe una crisi peggiore di quella del ’29

di ANTONIO CIANCIULLO

clima.jpgFino al 20 per cento del prodotto lordo mondiale perso per colpa del global warming. E fino a 200 milioni di profughi, l’esodo più massiccio della storia moderna, in cammino per scappare dal deserto. Sono le due cifre che riassumono lo scenario del futuro climatico dipinto non da un ambientalista ma da un ex dirigente della Banca mondiale, l’economista Nicholas Stern.

Il rapporto, anticipato ieri da The Observer, cade come un colpo di frusta nel salotto buono dell’economia che finora aveva cercato di minimizzare le conseguenze dei cambiamenti climatici prodotti principalmente dal modello energetico basato sul petrolio e sui combustibili fossili. In uno studio di 700 pagine, commissionato dal governo britannico e pubblicato oggi, Stern analizza con puntiglio l’impatto del riscaldamento globale sui vari comparti produttivi da oggi al 2100, e lo scenario che emerge è impressionante.

Nella migliore delle ipotesi il 5% del prodotto lordo dovrà essere speso per riparare i danni prodotti dal nuovo clima, ma nello scenario peggiore si arriverà al 20%, cioè a 5,5 trilioni di euro. L’effetto combinato dall’aumento dei fenomeni estremi (siccità, alluvioni, uragani), del collasso di interi settori agricoli e dell’aumento del livello dei mari costituisce un pericolo gravissimo per la capacità di tenuta dell’economia mondiale e per gli equilibri politici, nonché per le specie viventi, delle quali il 40% sarebbe a rischio. L’inaridimento di interi paesi costringerà fino a 200 milioni di persone a mettersi in marcia per cercare una terra in cui sopravvivere: una pressione demografica rapida e violenta destinata a far crescere tensioni già alte. Leggi il seguito di questo post »

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