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Risposta della FSESP alla direttiva della Commissione europea concernente l’assistenza sanitaria transfrontaliera.

1) Questa direttiva è potenzialmente una “direttiva Bolkestein” della sanità

La Commissione ha presentato la sua proposta come una misura concreta volta a regolamentare la libertà di circolazione e stabilimento nel mercato interno della sanità, similmente al suo approccio tenuto nelle precedenti versioni della direttiva sui servizi.

2) La direttiva NON riguarda solamente la mobilità dei pazienti

La direttiva riguarda l’assistenza sanitaria transfrontaliera, NON solo la mobilità dei pazienti. La Commissione, nella sue dichiarazioni pubbliche sulla direttiva, ha sempre ignorato il fatto che questa direttiva, in aggiunta alla mobilità dei pazienti, si occupa del diritto a fornire assistenza sanitaria tra uno stato membro ed un altro, del diritto di stabilimento di un servizio sanitario in un altro stato membro, e del diritto alla mobilità intracomunitaria dei professionisti sanitari.

3) La direttiva è disegnata per aiutare i fornitori di sanità privata e non i pazienti

La definizione di assistenza sanitaria transfrontaliera, ed in particolare il diritto a fornire un servizio sanitario da uno stato membro all’altri, apre questioni relative alla qualità del controllo, all’adeguamento della sorveglianza sanitaria ed alla trasparenza del rispetto delle norme. Il risultato finale è che si rende più facile l’intervento di operatori sanitari privati e più difficile il controllo della qualità. Leggi il seguito di questo post »

manifestazione contro la direttiva bolkesteinI lavoratori distaccati – quelli inviati da un’impresa all’estero – possono guadagnare meno dei loro colleghi contrattualizzati da una società del posto. Cose che succedono, nella pratica; ma da ieri questa discriminazione è diventata legale, avvalorata da una sentenza della Corte di Giustizia del Lussemburgo.

I giudici comunitari hanno infatti stabilito che alla direttiva europea sui lavoratori distaccati non deve necessariamente venire applicato il salario minimo del paese in cui un’impresa manda i propri dipendenti a lavorare. In pratica che il principio della libera prestazione dei servizi, sancito dall’articolo 49 dei Trattati, primeggia sulla non discriminazione salariale. Di fatto: si promuove il dumping sociale.

La Commissione europea ha reagito indirettamente alla sentenza – che riguarda un contenzioso tra il land tedesco della Bassa Sassonia e l’impresa Object und Bauregie, vincitrice di un appalto di edilizia pubblica – invocando, per bocca del commissario al lavoro Vladimir Spidla, «una maggiore cooperazione amministrativa tra gli Stati membri», per facilitare l’impiego dei lavoratori distaccati, circa un milione in Europa. Lo stesso Spidla ha poi aggiunto di volersi «battere contro ogni forma di dumping sociale», ma all’interno del quadro della direttiva. Il problema è che è proprio questa, almeno per come viene letta dalla Corte del Lussemburgo, a generare dumping sociale; il problema, insomma, è a monte. Leggi il seguito di questo post »

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