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Avevano nei giorni scorsi giustificato il tracollo di Fannie e Freddie con la classica litania dei carrozzoni a partecipazione pubblica, protetti dal governo federale americano e inquinati dalle solite clientele politiche. Poi però la crisi si è nuovamente spostata al centro del capitalismo privato americano, e gli ultras del liberismo sono rimasti per l’ennesima volta a corto di argomenti. Lehman Brothers, una delle quattro banche d’affari più grandi del listino di Wall Street, ieri ha dichiarato fallimento. Cade dunque un altro importantissimo mattone dell’immenso domino finanziario globale, e c’è da ritenere che diversi altri nei prossimi mesi subiranno una fine analoga.

Lehman rappresenta una delle massime interpreti del famigerato “subprime capitalism”, vale a dire il sistema che nel corso degli ultimi anni ha stravolto e reinventato il circuito monetario dei crediti, dando luogo a quella che potremmo considerare una sofisticata istituzionalizzazione del meccanismo dell’usura. La logica dei subprime ha infatti per lungo tempo funzionato così. Prendi un lavoratore americano, di norma residente in un sobborgo periferico e già abbastanza carico di debiti e di pignoramenti. Fregatene della sua elevata probabilità di insolvenza e offrigli mutui e carte di credito a tassi particolarmente alti. Quindi spezzetta in mille parti i debiti del tizio in questione, trasformali in titoli e diffondili in ogni angolo del globo, con il prestigioso marchio della banca d’affari emittente posto in bella mostra sulle cedole. Leggi il seguito di questo post »

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