«Il decreto Ronchi è il primo segnale di una vera apertura al mercato anche per il settore idrico. Si agisce sulla leva degli affidamenti per rimuovere le distorsioni del mercato e aprire ai privati la gestione dei servizi». Il vicepresidente di Confindustria, Cesare Trevisani, chiama le cose con il loro vero nome e plaude all’articolo 15 del Decreto Legge Ronchi n.135/09 (che ricordiamolo sempre è un decreto omnibus con dentro di tutto e solo un articolo dedicato al “Adeguamento alla disciplina comunitaria in materia di servizi pubblici locali di rilevanza economica”). Ma è tutta l’associazione industriale che ieri è scesa in campo per mettere le mani e la firma sulla cosiddetta “riforma”.

Con in prima fila la presidente Emma Marcegaglia che ha chiarito definitivamente come andremo a finire: «Nel settore idrico c’e bisogno di un radicale cambio di approccio. La gestione del servizio non deve essere mestiere esclusivo degli enti locali, ma delle imprese scelte secondo le regole del mercato e operanti con logiche industriali». La gestione deve passare alle imprese. La logica è industriale. Come se il servizio idrico fosse una fabbrica di automobili: produttività, ricavi e vendite. Alla faccia del bene comune, dei diritti universali e ancora di più del risparmio, della difesa della risorsa. Qui la logica è produrre, aumentare i consumi, far girare i soldi (sempre pubblici) e togliersi dalle scatole Comuni, Province e Regioni.

A costo di dire panzane colossali. E Marcegaglia ne dice una davvero grande per il suo ruolo istituzionale quando definisce così il decreto Ronchi: «Gli obiettivi della riforma sono chiari: migliorare l’efficienza dei servizi idrici, aumentare gli investimenti in tecnologie innovative, ridurre i costi di gestione di un bene che era e resta pubblico». Forse la presidente ha letto solo l’opuscolo del ministro Ronchi (l’operazione “verità” intitolata “L’acqua le ragioni del provvedimento” di cui abbiamo già avuto modo di parlare) perché se avesse letto l’articolo 15 dellaLegge, l’unico che parla di servizi pubblici locali – e quindi anche di rifiuti e trasporti – saprebbe che non c’è una virgola su investimenti, tecnologie ed efficienza. Perché lo dice allora?

E perché nessun giornalista chiede spiegazioni al ministro, al governo, a Confindustria perché si continua a parlare di riforma, perdite, investimenti riguardo a un provvedimento che non ne fa menzione alcuna. D’altronde se fosse una riforma si sarebbero degnati di firmarla anche i ministeri competenti (Ambiente e Territorio e Infrastrutture ad esempio) e non sarebbe materia del ministero per le Politiche europee. O no?

La Ronchi è, come minimo, l’obbligo di vendita ai privati di parte del capitale delle S.p.A. a maggioranza pubblica dei servizi pubblici locali (quindi una privatizzazione), pena la perdita delle concessioni, e una spinta per la messa sempre e comunque a gara delle concessioni del servizio (nonostante non abbiano mai funzionato dove sono state fatte). Al peggio – e noi purtroppo crediamo, dati alla mano, che questa sia la situazione – è la svendita del bene comune acqua,  con la creazione di monopoli di servizi privati che creano debiti pubblici e lasciano alle aziende la possibilità di mettere le mani nelle tasche dei cittadini via bollette. È quello che è successo già dove questo schema (col 40% di privati o con tutto privato) è stato già sperimentato in Italia. Diciamo sempre Arezzo, Latina, Agrigento, potremmo aggiungerne molte altre di realtà. Basta informarsi. Fatelo per favore.

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