Fonte: www.ilmegafonoquotidiano.it/

 di Nina Ferrante

Che i migranti fossero i primi a pagare la crisi era cosa nota, ma a Rosarno gli si chiede anche il resto. Condizioni di vita disumane, salari da fame non corrisposti, la puliza etnica e la deportazione di massa. L’odio esplode nell’Italia dell’apartheid di Stato

Arriviamo nelle prime ore del giorno e ad accoglierci in lontananza spari, a ricordare, come una minaccia, quell’ordine che per qualche ora è stato sovvertito a Rosarno. Le storie che raccontano quegli uomini corrispondono più o meno alla cronaca di questi giorni, ma la verità puzza di gomme bruciate e di stalla. Il resoconto di quanto accaduto è noto: sei immigrati sono stati colpiti con armi da fuoco mentre tornavano dai campi. Questa non è una novità. Molti di quelli che lavorano qui hanno memoria di episodi del genere negli anni passati, possono farne una lunga lista mentre continuano a chiedere se il colore della pelle può essere un buon motivo per prendersi un colpo di fucile. Ma il razzismo non è solo odio per il colore della pelle, la verità sta nei campi, nei pochi frutti rimasti ormai troppo maturi sugli alberi di una stagione di raccolta ormai agli sgoccioli. Stagione di miseria, di mesi interi in condizioni disumane e rare giornate di lavoro non ancora pagate. È accaduto così anche gli altri anni; le minacce cominciavano alla fine del raccolto, intimorire, mettere in fuga prima che tutte le “giornate” siano riscosse. Valore delle parole e del tempo per un bracciante in nero: “giornata” è un unità di misura non di 24 ore, ma di 25 euro, stagione non è caldo e freddo, piogge e sereno, autunno e primavera. Le stagioni hanno il nome di ciò che si raccoglie, qui a Gioia, si chiama arance e mandarini. Una stagione è composta da diversi mesi di sveglie all’alba a sperare di esser chiamato per faticare e da rari giorni li lavoro effettivo, pagati molto spesso, o non pagati altrettanto,a fine mese. E questa potrebbe anche essere un’usualità nelle terre di ’ndrangheta, dove l’economia gira anche con la paura.

Quest’anno però le cose sono andate diversamente. Le condizioni di vita nettamente peggiorate e le giornate di lavoro nettamente diminuite, un pò per la crisi che affronta anche il settore agricolo, ma anche perché proprio per la crisi quest’anno c’erano molta più forza lavoro disponibile. La maggior parte di questi lavoratori provenivano dalle fabbriche del nord, a Torino Piacenza Padova erano stati i primi a pagare la crisi, e qui a Rosarno gli si chiedeva anche il resto. Ciò che realmente è cambiata quest’anno è la reazione, il furore la rabbia e l’indisponibilità a subire ancora l’ennesima. Queste non sono congetture e ricostruzioni, questa è al verità raccontata, urlata a Rosarno, che solo una sacrosanta esplosione di rabbia ha reso visibile al paese intero. Questa la verità che puzza peggio di una stalla, delle fabbriche dismesse, di persone che dormono stipati fin dentro i silos e le cisterne, senza niente, perfino l’acqua, in cui condizioni igieniche sono termini radical chic, in cui non c’è nulla di umano. Sommato a tutto ciò le condizioni di lavoro, Auschwitz non è un paragone esagerato. È la verità che sbattono in faccia i lavoratori di Rosarno, la stessa di Castelvolturno, San Nicola Varco e dei campi in Puglia.

Abbiamo poi percorso appena trecento metri alla ricerca dell’altra verità, quella che puzza della gomma bruciata al presidio contro gli immigrati, tutta da ricostruire fatta di controllo del territorio, di ’ndirne e inceneritore, che non va urlata, ma praticata con fucili e bastoni dai penultimi sugli ultimi. Vivere nella Piana di Gioia Tauro non è facile per nessuno, dove il diritto è favore e il pane per molti è il sussidio per la disoccupazione nel settore agricolo. Questo l’ordine insovvertibile che questi uomini devono immediatamente ristabilire con una reazione esemplare. Raggiungere fin l’ultimo nero per infliggergli con pallini e bastoni la lezione per tutti, e dimostrare che a Rosarno tutto è calmo, tutto sotto controllo. È così che ci siamo ritrovati a girare per casolari dove vivevano altri immigrati, dove abbiamo assistito alle minacce e le aggressioni che sarebbero continuate finchè l’ultimo africano non avesse lasciato la Piana ed effettivamente gli spari, i pestaggi e gli incendi sono continuati per tutto il giorno. E dove non arrivano le ronde di pochi Rosarnesi, arriva in grande stile lo Stato con il migliore dispiegamento di forze. Migliaia di immigrati, molti dei quali con regolare permesso di soggiorno e molti altri rifugiati, sono stati condotti i pochissime ore verso Crotone dove qualcuno ha scelto di rimanere nel CPA e altri sono partiti coi treni e altri mezzi di fortuna per una nuova odissea. Decine di autobus, riempiti fino all’ultimo posto da persone la cui totalità degli averi era al massimo uno zainetto. Lo sforzo massimo di mediazione culturale durante l’operazione condotta dalle stesse forze dell’ordine era il continuo “camòn lezgò” di un poliziotto che dava sfoggio delle lingue davanti alle telecamere. Abbiamo visto partire senza meta, scortate, stipate all’inversomile, auto che non avremmo scommesso neanche che potessero partire.

La pulizia etnica e la deportazione di massa fatta coi mezzi della polizia e dei carabinieri è proprio la lezione che Maroni e questo Governo danno a chi per poche ore sovverte l’ordine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, della totale assenza di diritti per una parte della popolazione, dell’apartheid di Stato.

 

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