Tutti compatti nel documento sulla Finanziaria e pronti a chiedere a Napolitano  di stralciare le pensioni dalla manovra.

Il resto è complicato, ma l’unità non si tocca

All’indomani del no del comitato centrale della Fiom all’accordo del 23 luglio, l’ordinaria riunione settimanale del gruppo di Sinistra Democratica alla Camera registra un clima di preoccupazione. E l’umore non è diverso tra gli altri partiti impegnati nel percorso unitario a sinistra. La situazione è delicatissima e non solo perchè la bocciatura dell’organizzazione di Rinaldini fa emergere ancora una volta le note differenze di giudizio tra Sd e Verdi, da una parte, critici dell’intesa sul welfare ma non di quella sulle pensioni, e Prc e Pdci, dall’altra, fortemente critici di entrambi gli accordi. Questo è il risultato più scontato, che avrà un suo punto di snodo in Parlamento tra un po’. Ma il clima di legittima preoccupazione è riferito anche alla necessità di mantenere in equilibrio una situazione delicata: da un lato, la manifestazione del 20 ottobre cui ha aderito anche lo stesso Rinaldini; dall’altro, il percorso unitario a sinistra.Preoccupazione, ma, si ragiona in tutti e quattro i partiti, qualcosa di positivo c’è ed è il punto di partenza: nessuno vuol incrinare il processo unitario avviato a sinistra. Anzi, le difficoltà presentate dalla fase politica accentuano la necessità di andare avanti.

Come? Una buona base comune c’è già. E’ il documento unitario sulla Finanziaria che la sinistra presenterà a Prodi, il quale, tatticamente, proprio ieri fa trapelare da Palazzo Chigi la sua «disponibilità a riceverlo e valutarlo con la stessa attenzione» rivolta ad altri contributi in materia. L’accordo unanime tra Prc, Sd, Verdi e Pdci è di chiedere al governo di tenere fuori dalla manovra economica sia la riforma del welfare che quella delle pensioni. Sul primo punto, la richiesta appare più complicata, in quanto, per esempio, la detassazione degli straordinari, criticata da tutta la sinistra, figurerebbe come voce di spesa in Finanziaria. Più fattibile invece è l’obiettivo di trattare le pensioni come materia a parte rispetto alla manovra di bilancio, naturalmente entro il 31 dicembre, pena l’entrata in vigore dello scalone Maroni. Per raggiungerlo, la sinistra tutta è disposta anche a percorrere la via del Colle, in memoria del ’94 quando fu l’allora capo dello Stato Scalfaro a indicare lo stralcio della riforma previdenziale dalla Finanziaria.

 

Se il Pd al governo dovesse insistere sulla linea di trattare le pensioni all’interno della Finanziaria, Prc, Sd, Verdi e Pdci – fanno sapere dal Senato dove le difficoltà per l’Unione sono maggiori – mettono dunque in conto anche di chiamare in causa Napolitano che non potrà ignorare il precedente di 13 anni fa. Quanto alla battaglia parlamentare, da qui ad allora il gioco di incastri è vicino all’infinito.

Dall’8 al 10 ottobre i lavoratori si esprimeranno sul protocollo del 23 luglio nella prova referendaria decisa dai sindacati. L’esito viene ritenuto importante da tutti i partiti della sinistra. Ma Sd e Verdi ne approfittano per ribadire la richiesta di chiarimenti sul 20 ottobre «perchè se i lavoratori dicono sì all’accordo e poi la piattaforma contiene punti che lo criticano, c’è un problema», spiega la capogruppo di Sd alla Camera Di Salvo. Da parte sua, Rifondazione sta attenta a separare l’autonomia dei sindacati da quella dei partiti in Parlamento, pur nel dialogo con la Fiom che, con il voto di martedì, «interroga tutta l’Unione», dice il ministro Ferrero. «Il governo ascolti», è l’invito del segretario Giordano. Tanto più che i lavoratori si esprimeranno su tutto il protocollo e non solo sulle pensioni, si riflette nel Prc. Dunque, come si fa a legare l’esito del referendum alla battaglia in aula? Di fronte ad un sì su tutto il pacchetto, Sd e Verdi si rimangiano i propositi emendativi dell’accordo sul welfare? Evidentemente no. «Ribadiamo l’impegno a modificare l’accordo in Parlamento», chiarisce il capogruppo del Prc alla Camera Migliore, precisando che il voto della Fiom segnala una «insoddisfazione su precarietà, contratti a termine, scalone». Resta ferma perciò la volontà del Prc e del Pdci a migliorare anche l’accordo sulle pensioni in Parlamento. E’ troppo presto per ragionare sugli scenari che potrebbero aprirsi: va tenuto in conto il rischio che il protocollo del 23 luglio esca addirittura peggiorato dall’iter parlamentare (per le pressioni, in Senato, di moderati come Dini) e il rischio che il governo ponga la fiducia. Ma fermiamoci prima: nessuno a sinistra vuole la crisi di governo (tanto meno Rinaldini, che l’ha detto a chiare lettere per sgombrare il campo da equivoci, pur non essendo affar suo), la quale crisi viene paventata solo da “dissidenti” come Giannini dell’Ernesto («La sinistra è a un bivio: o cambia la politica del governo o esce dal governo») e Sinistra Critica che annuncia sia il «no» al pacchetto anche in caso di fiducia, sia l’impegno a fare campagna per il no in vista del referendum di ottobre. Rifondazione invece non darà indicazioni di voto ai lavoratori, nel rispetto dell’autonomia dei sindacati, e si prepara senza riserve a scendere in piazza il 20 ottobre per una manifestazione che, precisa Folena, «non è contro il governo, ma per tenere la sinistra al governo». Unita, è la volontà, in un percorso irto di ostacoli.

Angela mauro (liberazione)