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La cittadinanza attiva italiana ha  ottenuto una straordinaria vittoria raccogliendo un milione e quattrocentomila firme per chiedere un referendum contro la privatizzazione dell’acqua(Legge Ronchi ,19 novembre 2009).

Questo grazie a una straordinaria convergenza di forze sociali che vanno da associazioni laiche come Arci o Mani Tese, o cattoliche come Agesci o Acli, da sindacati , da movimenti come NO TAV o NO Dal Molin, da reti come Lilliput o Assobotteghe…. In nessun referendum si era mai visto un tale schieramento di forze sociali così trasversali , che hanno trovato poi la capacità di organizzarsi a livello locale, provinciale, regionale. E’ stata l’acqua, fonte della vita, che ha riunito in unità la cittadinanza attiva. E’ fondamentale notare che tutto questo è avvenuto senza l’appoggio dei partiti, senza soldi e senza la grande stampa. I partiti al governo ci hanno attaccato pesantemente (le dure dichiarazioni di Ronchi e Tremonti), mentre i partiti dell’opposizione presenti in Parlamento(PD e IDV)ci hanno remato contro. Leggi il seguito di questo post »

La polizia danese ha reagito con arresti e violenze a ogni manifestazione di dissenso in questi giorni. Come se gli organizzatori del vertice non potessero ammettere nessuna disobbedienza

Sabato sera, dopo un’intera settimana trascorsa a sfamarci nei punti ristoro e negli snack bar del centro delle conferenze di Copenhagen, con un gruppo di amici sono stata invitata a un’ottima cena preparata in casa da una famiglia danese come tante. Al termine di una serata trascorsa a guardare fissamente e con aria sbalordita i loro mobili eleganti e ben disegnati, alcuni di noi hanno chiesto: «Come mai i danesi sono così bravi in fatto di design?». E i nostri ospiti hanno risposto all’istante: «Siamo veri fanatici, quando si tratta di tenere le cose sotto controllo. Ciò nasce dal fatto che siamo un Paese molto piccolo e pressoché senza potere. Quindi dobbiamo avere controllo su tutto ciò che ci riesce». Allorché questa forma tutta danese di esclusione e controllo si estrinseca nella produzione di lampadari che affascinano in modo inconcepibile e di sedie per la scrivania comode in modo sbalorditivo, è sicuramente un bene. Quando però si tratta di ospitare un summit che dovrebbe cambiare il mondo, l’esigenza peculiarmente danese di tenere le cose sotto controllo si dimostra un problema molto serio. I danesi hanno investito una quantità enorme di capitali per ribattezzare la loro capitale (oggi chiamata “Hopehagen”, la città della speranza”) in omaggio a un summit che si presume debba salvare il pianeta.

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Da tempo vari movimenti sociali sparsi per il mondo contestano le soluzioni del protocollo di Kyoto (l’accordo che uscì dalla precedente conferenza internazionale del 1997 ma entrato in vigore nel 2005). In Europa da più tempo si susseguono i Climate Camp (campeggi di contestazioni fatti vicino gli impianti ad alta emissione di Co2) e da Bangkok a Quito passando per la contestazioni al G8 di Londra le proteste hanno al centro il futuro del pianeta, messo a dura prova dai cambiamenti climatici provocati da un sistema economico iniquo e sviluppista. Le soluzioni al problema individuate dagli stati seguendo la logica del capitalismo hanno col protocollo di Kyoto creato un mercato dell’aria, il così detto “emission trading” che non ha portato a nessun risultato se non quello di rafforzare il potere degli stati più ricchi sul sud del mondo. Nel solco delle compatibilità del sistema non potrà mai trovarsi una soluzione al problema. Stati Uniti e Cina non vogliono mettere a rischio la loro competitività sul mercato mondiale, e insieme all’Europa vogliono che siano i paesi del sud del mondo a pagare i costi della riduzione delle emissioni. A Copenhagen si ritroveranno attivisti d’Europa e del mondo (contadini dell’America Latina, associazioni del sud del mondo, sindacati, associazioni e movimenti sociali europei…), ognuno con le proprie specificità e campagne, ma uniti nella contestazione globale al sistema. “System Change not climate change!” sarà lo slogan della coalizione Climate Justice Now che da due anni raccoglie varie organizzazioni del sud del mondo ed europei (tra le quali Attac) nella costruzione di un processo unitario di movimento. Siamo all’origine di un nuovo movimento anticapitalista mondiale così come l’abbiamo visto nascere a Seattle?

Per leggere il programma del controvertice dei movimenti clicca qui

bersNucleare, se lo conosci lo eviti. Una battaglia per il diritto al futuro Edizioni Alegre. 140 pp. Euro 12 “A volte ritornano. Con gli stessi argomenti. Con la stessa potenza economica, politica e massmediatica. Il governo Berlusconi si appresta a rilanciare la produzione in grande scala dell’energia nucleare, nonostante il popolo italiano si sia già pronunciato contro a larghissima maggioranza nel referendum del 1987. Come questo libro dimostra dettagliatamente, oggi come allora, gli argomenti portati a favore sono inconsistenti : non è vero che il nucleare sarà l’energia del futuro, che è economicamente competitivo, che serva a ridurre le emissioni di gas serra, che non ci siano alternative. Mentre sono drammaticamente veri i ripetuti incidenti e la produzione di scorie altamente radioattive che irresponsabilmente consegneremo alle prossime diecimila generazioni. Senza contare la proliferazione del nucleare militare, di cui l’uso “civile” è figlio riconosciuto. Venti anni fa un forte movimento sconfisse la follia nucleare, ma non riuscì a costruire un altro modello energetico e di società. Oggi, un nuovo movimento antinucleare dovrà nascere nei territori e nelle piazze di questo Paese.”

Per presentazioni e richiederne una copia scrivi a marcattac@email.it

immagineasp1 Erano agguerriti i sindaci e gli assessori riuniti a Roma il 21 novembre nella sala della Pace della Provincia per dar vita alla costituzione del Coordinamento nazionale degli enti locali per l’acqua pubblica. 

Rappresentano centinaia di migliaia di cittadini che da Castellammare di Stabia ad Aprilia, città dove si è dato appuntamento il Secondo Forum italiano dei movimenti per l’acqua (22-23 novembre), dall’agrigentino all’area dell’astigiano, formano comitati civici e aprono vertenze sul territorio per contrastare il passo all’incedere della privatizzazione del servizio idrico. Così il conflitto sull’acqua in Italia comincia a mostrare proporzioni rilevanti ed implicazioni inedite. 

L’oggetto della contestazione e della mobilitazione straordinaria è un articolo, il 23bis, inserito come modifica apportata in sede di conversione al decreto legge 25 giugno 2008 n. 112, e approvato dalla Camera il 5 agosto scorso (legge 133/2008).  Leggi il seguito di questo post »

ilvaPronto il testo della giunta Vendola che obbliga tutti gli impianti industriali pugliesi a rispettare i parametri europei del protocollo di Arhus. La legge italiana di fatto lo ignora. E se lo Stato latita…

Vendola: «Diritto al lavoro, alla salute, ambiente vanno insiemeLo Stato latita?

SCHEMA DI DISEGNO DI LEGGE (SCARICA PDF ecologia) 

Lo Stato latita? Ok, si va avanti da soli. E’ pronta la bozza della legge regionale pugliese per la riduzione delle emissioni industriali di diossina e altre sostanze inquinanti. Primo bersaglio: l’Ilva di Taranto, il colosso dell’acciaio più grande d’Europa, maggiore responsabile dei livelli altissimi di inquinamento dell’aria in città fin dagli anni ’60, quando nacque come proprietà pubblica (Italsider) privatizzata a metà anni ’90 con l’acquisto da parte di Emilio Riva. Secondo lo schema di legge – di cui Liberazione fornisce un’anticipazione – lo stabilimento siderurgico, che impiega circa 15mila dipendenti, dovrà ridurre le emissioni di diossina (policlorodibenzodiossina) e furani (policlorodibenzofurani) fino a un massimo di 2,5 nanogrammi (miliardesimo di grammo) a partire dal primo aprile del 2009. Un limite che dal 31 dicembre 2010 dovrà scendere ulteriormente fino a 0,4 nanogrammi. In caso di violazioni, Riva avrà 60 giorni di tempo per rientrare nei limiti previsti, pena la chiusura degli impianti. Il tetto di 0,4 nanogrammi è il massimo consentito dal protocollo di Arhus approvato dall’Unione Europea a febbraio 2004, recepito in Italia con la legge 125 del 2006, ma di fatto disatteso. Leggi il seguito di questo post »

 

Trovo abbastanza incredibile che nessuno, nemmeno chi dice di avere a cuore una sinistra che sappia accogliere anche istanze più moderne, di fronte alla crisi del credito ricordi la questione ambientale. Eppure abbiamo 20 o 30 anni di studi, proposte e progetti per affrontare la vera emergenza, che non è quella della scomparsa dei soldi virtuali ma è quella della scomparsa della base materiale della nostra esistenza: terra, acqua, aria e una quantità impressionante di materie prime (quasi tutte) che stanno semplicemente esaurendosi, come era ovvio che accadesse prima o poi. Lasciamo perdere l’intreccio diabolico che lega il costo quasi nullo delle materie prime allo sfruttamento del Sud del mondo e veniamo alla crisi che incombe.
Insomma, che il nostro nemico storico – cioè la finanza speculativa – sia in crisi dovrebbe essere una buona notizia così come il fatto che il fondamentalismo liberista (sposato in modo suicida dal centro-sinistra mondiale) sia stato rapidamente accantonato. Si è capito che lo Stato deve tornare in campo perché tutta la fantasmagorica ricchezza degli ultimi decenni era appunto solo virtuale: non ha riconvertito un sistema produttivo fatiscente né ha creato nuovi posti di lavoro ma, siccome i bonus dei manager erano veri e sono stati pagati, adesso ce li ritroviamo sulle nostre spalle. L’altra buona notizia è che, stavolta, il gioco deve avvenire a carte scoperte, almeno nei paesi dotati di uno straccio d’opposizione. Da noi, no: il governo Berlusconi non è nemmeno stato costretto a fare qualche cifra il che, oltre a garantire che nessuno dovrà rendere conto di niente, dà ai mercati speculativi esattamente il tipo di messaggio che bisognerebbe evitare: continuate a speculare. Leggi il seguito di questo post »

Certamente la Signora Lanzillotta, il Signor Bersani e tutti coloro che in seno all’ex-governo di centro sinistra si sono battuti (e sono stati in tanti) per la liberalizzazione/privatizzazione dei servizi idrici, sono felici. Finalmente sono riusciti, grazie ai Signor Tremonti, Alemanno e Berlusconi, a realizzare il loro sogno di vedere la concorrenza, la competititività, la performance commerciale, la dimensione industriale, la creazione di ricchezza per il capitale privato (ma anche pubblico: si pensi ai dividendi per i Comuni azionisti!) orientare il governo dei servizi pubblici locali.
Che bello, si diranno crogiolandosi al calore dell’articolo sulle liberalizzazioni del nuovo decreto legge 112 del 25 giugno 2008, ora tutto è più chiaro e conforme agli imperativi della modernizzazione dell’economia italiana per adeguarla ai canoni della globalizzazione dei mercati finanziari mondiali! A partire dall’entrata in vigore del decreto, la gestione dell’acqua deve essere affidata, via gara pubblica, principalmente a due tipi di impresa, quella a capitale privato e quella a capitale misto (dove il capitale privato non puo’ essere inferiore al 30%). Anche se l’affidamento ad un’impresa «pubblica» in house non sparisce formalmente, esso sarà possibile solo nelle situazioni che non consentono un efficace ed utile ricorso al mercato, adeguatamente motivate all’Antitrust con un’analisi di mercato e una valutazione comparativa con l’offerta privata. Ad ogni modo, tutti gli appalti acquisiti con affidamenti in house senza gara cesseranno la loro efficacia al più tardi il 31 dicembre 2010. Leggi il seguito di questo post »

Checchino Antonini
Disastro ambientale, danneggiamento e deviazione di acque, deturpamento di bellezze naturali, associazione a delinquere per il traffico illecito di rifiuti speciali e pericolosi: il catalogo dei reati tirato fuori dai carabinieri del Noe, il nucleo del controllo ecologico, è impressionante al punto che il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, alla luce dei primi esiti dell’operazione “Black river”, ha “titolato” così: «Una Gomorra subappenninica». Il “fiume nero” è quello che scorre sotto il cumulo di 500mila tonnellate di rifiuti di qualsiasi tipo accatastati illegalmente nell’alveo del Cervaro, un torrente che dall’appennino scorre verso il Gargano. A Castelluccio dei Sauri, meno di venticinque chilometri da Foggia, i carabinieri hanno scoperto una discarica abusiva grande come otto campi di calcio, 330mila metri cubi, la più grande d’Europa.

Una massa enorme che, se smaltita correttamente avrebbe imposto una spesa di almeno due milioni e mezo di euro. E all’alba di ieri sono scattate 42 ordinanze di sequestro di beni e del laboratorio di analisi utilizzato per le false cerificazioni e gli arresti di dodici imprenditori, il gestore della vicina discarica autorizzata, ma esaurita, di Deliceto, i responsabili di un impianto di frantumazione inerti, Valente snc, e un nugolo di autotrasportatori. «Una regìa condivisa da malavita organizzata e imprenditori senza scrupoli – ha detto Nichi Vendola – capaci persino di alterare il corso naturale di un fiume per lucrare ai danni della popolazione e del territorio della Capitanata».

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Foggia, il sito in grado di ricevere 500 mila tonnellate di spazzatura
è tra le più grandi illegali mai trovate in Europa. Un centinaio gli indagati

Le accuse: traffico illecito e disastro ambientale

Dodici persone, tra cui dieci noti imprenditori foggiani che operano nel settore della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti, hanno ricevuto questa mattina un’ordinanza di custodia cautelare, eseguita dai carabinieri del Noe di Bari e Foggia. Avevano messo in piedi una discarica abusiva di circa 500.000 metri cubi, ritenuta dai carabinieri tra le più grandi d’Europa. 

Diversi i reati contestati, a vario titolo, agli arrestati, che ora si trovano agli arresti domiciliari per decisione del gip di Foggia: associazione per delinquere finalizzata al traffico illecito dei rifiuti, disastro ambientale, falso, deturpamento di bellezze naturali, danneggiamento e deviazione delle acque di un fiume. 

L’indagine, avviata alcuni mesi fa, riguarda la gestione di una discarica di rifiuti speciali a Deliceto. Per costruirla sarebbe stato deviato il corso delle acque di un fiume, probabilmente nell’intento di nasconderla durante i controlli aerei. 

Sono in tutto un centinaio le persone indagate nell’ambito dell’indagine condotta dalla Procura di Foggia. Secondo le prime rivelazioni sembra che siano coinvolte nove società, nei confronti delle quali sono in corso quarantadue provvedimenti di sequestro di beni e attrezzature riconducibili alla presunta attività illecita. 

Roberto Farneti
A Taranto ci si ammala sempre di più di tumore e il mancato rispetto dell’ambiente da parte dell’Ilva continua ad essere tra le principali cause dell’inquinamento cittadino. Dopo il recente ultimatum di Regione Puglia e ministero dell’Ambiente, che minacciano di chiudere la fabbrica siderurgica se non si ridurrà la quantità di diossina emessa dai camini, un’altra inquietante vicenda viene alla luce grazie alla magistratura. Mercoledì scorso i carabinieri del Noe di Lecce sono entrati nello stabilimento dell’Ilva di Taranto dove hanno sequestrato circa 16mila tonnellate di pet-coke (carbone da petrolio), importato dagli Stati Uniti e destinato alla miscelazione con carbone fossile per la produzione di coke siderurgico. Il legale rappresentante dello stabilimento è stato anche denunciato per aver depositato il pet-coke su area priva di autorizzazione allo smaltimento nel sottosuolo di acque di dilavamento, per assenza di autorizzazione alle emissioni in atmosfera e per gestione illecita del rifiuto, in quanto destinato ad un impiego diverso da quello previsto. Il valore del pet-coke sequestrato è di circa due milioni di euro. Leggi il seguito di questo post »

Cronaca di un disastro politico e della catena degli errori e delle responsabilità di due giunte regionali e del governo L’eco “balla” dei rifiuti campani

ecoballe1.jpgEmergenza rifiuti uguale a cumuli di spazzatura, roghi o discariche presidiate dalla polizia, cittadini inferociti… Ma qual è la catena di errori, incompetenze e malaffare che in un quindicennio di fallimenti commissariali e con un buco finanziario di 2 miliardi di euro ha prodotto il disastro?

L’emergenza in Campania è stata dichiarata fin dal 1994, per la cattiva gestione dei rifiuti urbani e per l’illecito sversamento di rifiuti tossici, soprattutto in terre comprese fra le province di Caserta e di Napoli, provenienti da tutta Europa spesso con l’aiuto spesso delle ecomafie, camorra in primis. Su questi aspetti la magistratura e gli inquirenti sono al alvoro da tempo e ci diranno, quello che conosciamo, invece, è la catena politica delle decisioni. Leggi il seguito di questo post »

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Un territorio che non esce dalla notte. E che non troverà soluzione. Quello che sta accadendo è grave, perché divengono straordinari i diritti più semplici: avere una strada accessibile, respirare aria non marcia, vivere con speranze di vita nella media di un paese europeo. Vivere senza dovere avere l’ossessione di emigrare o di arruolarsi.

E’ una notte cupa quella che cala su queste terre, perché morire divorati dal cancro diviene qualcosa che somiglia ad un destino condiviso e inevitabile come il nascere e il morire, perché chi amministra continua a parlare di cultura e democrazia elettorale, comete più vane delle discussioni bizantine e chi è all’opposizione sembra divorato dal terrore di non partecipare agli affari piuttosto che interessato a modificarne i meccanismi.Si muore di una peste silenziosa che ti nasce in corpo dove vivi e ti porta a finire nei reparti oncologici di mezza Italia. Gli ultimi dati pubblicati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità mostrano che la situazione campana è incredibile, parlano di un aumento vertiginoso delle patologie di cancro. Pancreas, polmoni, dotti biliari più del 12% rispetto alla media nazionale.

 La rivista medica The Lancet Oncology già nel settembre 2004 parlava di un aumento del 24% dei tumori al fegato nei territori delle discariche e le donne sono le più colpite. Val la pena ricordare che il dato nelle zone più a rischio del nord Italia è un aumento del 14%.Ma forse queste vicende avvengono in un altro paese. Perché chi governa e chi è all’opposizione, chi racconta e chi discute, vive in un altro paese. Perché se vivessero nello stesso paese sarebbe impensabile accorgersi di tutto questo solo quando le strade sono colme di rifiuti. Forse accadeva in un altro paese che il presidente della Commissione Affari Generali della Regione Campania fosse proprietario di un’impresa – l’Ecocampania – che raccoglieva rifiuti in ogni angolo della regione e oltre, e non avesse il certificato antimafia. Leggi il seguito di questo post »

 Il ministro Ferrero: “Questo sarà uno dei temi della verifica di gennaio”

“L’acqua è un bene pubblico” In marcia contro la privatizzazione

valida1.jpgROMA – In marcia per difendere l’acqua, “un bene comune che non va privatizzato”. Quarantamila persone, donne e uomini appartenenti a comitati territoriali e associazioni, forze culturali e religiose, sindacali e politiche per sostenere una legge di iniziativa popolare (già 400 mila le firme raccolte) per la tutela, il governo e la gestione pubblica dell’acqua.

Tra le tante manifestazioni, le più svariate, che Roma è abituata a ospitare quella di oggi in nome del diritto all’acqua che “non è una merce” è stata sicuramente tra le più insolite. E quella che al momento incassa anche un successo quasi immediato e quasi tangibile. Il ministro per la Solidarietà sociale Paolo Ferrero promette infatti che la “ripubblicizzazione dell’acqua sarà uno dei punti della verifica di governo a gennaio”. Leggi il seguito di questo post »

A Madrid la conferenza sulla desertificazione e siccità. La Convenzione sta per approvare una strategia decennale corredata da un piano d’azione mondiale contro questi fenomeni

logo.jpgLItalia si fa protagonista nella difesa dell’acqua a livello internazionale. La scorsa settimana si è avviata a Madrid l’ottava riunione degli Stati aderenti all’UNCCD, il trattato delle Nazioni Unite finalizzato alla lotta alla siccità e alla desertificazione e che vede partecipare oltre 100 Stati, la maggioranza dell’Africa Sub-Sahariana. Si è in una fase particolare della Convenzione, che sta per approvare una strategia decennale corredata da un piano d’azione mondiale per affrontare i gravi temi connessi alla desertificazione.Ieri pomeriggio, la discussione fra i Ministri sul tema dei collegamenti tra desertificazione, siccità e cambiamenti climatici globali è stata arricchita dalla proposta del Governo italiano, avanzata nell’intervento della Viceministra degli Esteri Patrizia Sentinelli.

L’Italia ha proposto agli altri Paesi di iniziare a lavorare su uno strumento giuridico aggiuntivo alla convenzione dell’UNCCD, che sia vincolante per i diversi Stati, e che fissi obiettivi misurabili rispetto alla lotta alla siccità, per il diritto all’acqua come bene comune degli esseri umani e indispensabile per la sopravvivenza degli stessi equilibri dell’ecosistema.

«Questa proposta – ha precisato Sentinelli – è la prima di una serie di iniziative concomitanti sul tema dell’acqua che il nostro Governo sta portando avanti. L’obiettivo più alto e generale è quello di far dichiarare in modo solenne in sede Nazioni Unite l’acqua come bene comune e diritto umano. A questo scopo la nostra diplomazia è già al lavoro dentro al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, di cui l’Italia è stata eletta membro con diritto di voto dal maggio scorso e in cui rimarrà fino al 2010». Leggi il seguito di questo post »

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