You are currently browsing the daily archive for 25,10PMMer, 25 Ott 2006 20:38:43 +01002972006,2008.

Alfonso Pecoraro Scanio *

I cambiamenti climatici sono sempre più avvertiti come un’ emergenza planetaria. Il film di Al Gore su questo tema, dal titolo significativo An Inconvenient Truth (Una scomoda verità), sta spopolando negli Stati uniti e inchioda l’ amministrazione Bush e le industrie inquinanti a responsabilità gravissime.

Da questa parte dell’Oceano, in Italia, gran parte della politica e degli organi di informazione stentano ancora a cogliere l’enormità della sfida che tutta la comunità scientifica, i movimenti e le associazioni ambientaliste ed ecologiste ci indicano come prioritaria per il benessere e la salute di tutti.

In questo contesto assai poco confortante da mesi il Ministero dell Ambiente insiste per una svolta rispetto al disastro della politica anti-Kyoto perseguita per cinque interminabili anni dal governo targato centrodestra.
Lo scorso luglio abbiamo presentato il piano per le emissioni 2008-2012 con l’obiettivo di ridurre
la C02 emessa da circa 1200 industrie.
 

Solo minacciando un altro scontro nel governo, il ministero dello Sviluppo economico ha accettato di ridurre da 224 a 200 milioni di tonnellate le quote di CO2 assegnate alle industrie italiane, mentre altri 6 milioni dovranno acquistarle a titolo oneroso.
Novità di questo Piano, i fondi ricavati dalla vendita delle quote aggiuntive andranno per l’efficacia energetica e per le riduzioni di anidride carbonica dovuti a contesti non industriali come la mobilità sostenibile urbana.

Avrei certamente voluto un taglio ancora più coraggioso ma è indiscutibile che un cambio di rotta c’è stato e ci consentirà di presentarci a Nairobi il prossimo mese alla Conferenza dell’Onu sui cambiamenti climatici per chiedere a Stati uniti e Australia, in quanto economie formate, e a Cina, Brasile e India, in qualità di economie in transizione con grande potenziale di impatto in termini di emissione, di attuare subito i tagli previsti dal protocollo di Kyoto, decisione questa indispensabile e urgente da prendere con coraggio per frenare il surriscaldamento del pianeta.

Inoltre, abbiamo ridotto la quota di crediti di emissioni acquistabili fuori dall Italia del 50%, arrivando al 25% sul settore termoelettrico ma dobbiamo vigilare anche su questo versante, a livello europeo e internazionale, per evitare che il mercato delle quote si traduca in una forma di neo-colonialismo. Un ulteriore riflessione è però necessaria.
Dobbiamo considerare che il settore industriale è responsabile per meno del 40% delle emissioni totali. Il Governo si sta impegnando in quest’ottica, come dimostra
la Legge finanziaria in discussione, per intervenire anche negli altri settori dove si annidano sprechi e inquinamento.

Fra questi sicuramente assumono grande importanza quelli dell edilizia e dei trasporti e
la Finanziaria offre alcune prime risposte utili nella direzione del risparmio e dell’ efficienza energetica e per favorire i sistemi di trasporto pubblico e privato con combustibili a minore impatto ambientale.

E’ evidente che nella lotta al surriscaldamento terrestre il Governo deve svolgere al meglio la propria parte, ma va anche ribadito il ruolo fondamentale che tutti i cittadini devono avere per ridurre il proprio contributo di CO2.
E’ fondamentale la consapevolezza che la questione riguarda tutti, imprese e consumatori. E’ in gioco la salvezza del Pianeta, la nostra casa comune. Alla politica spetta il compito di indicare la strada, a ciascuno il dovere di fare la propria parte, a cominciare anche dai piccoli gesti quotidiani.

In presenza di ciò sarà più facile condizionare positivamente anche le attività dei maggiori inquinatori.
* ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del mare

Scriviamo le nuove regole per dire basta alla precarietà

Le proposte al centrosinistra di un gruppo di giuslavoristi guidati da Nanni Alleva. La precarietà è «multiforme» e deve essere aggredita sotto vari aspetti: abolire la distinzione tra subordinati e parasubordinati, creando un unico contratto. Riformare il rapporto a termine, l’interinale, gli appalti, le cessioni d’azienda. Far emergere il «nero». Tante le analogie con le proposte della Cgil

Antonio Sciotto il manifesto

Riscrivere il lavoro per invertire il segno: fermare la precarietà e ricostruire i diritti. E’ l’obiettivo della proposta di legge elaborata da Nanni Alleva e dai giuslavoristi del Centro diritti Alò, che verrà presentata dopodomani a Roma nel corso del convegno «Basta precarietà», a cui sono stati invitati tutti i partiti del centrosinistra e il sindacato. Alleva è anche estensore delle proposte di legge Cgil firmate nel 2002 da cinque milioni di persone, e riconfermate dal recente Congresso di Rimini. Sono molti i legami tra quelle idee del 2002 e quest’ultima elaborazione: oggi Alleva ha voluto però riunire le norme in un’unica, organica proposta, «per affrontare – spiega – con un solo disegno la precarietà “multiforme” del lavoro italiano». Non basta fare i conti con la sola legge 30, ma bisogna affrontare anche il decreto 368 del 2001 sui contratti a termine e il «Pacchetto Treu» del 1997. Cinque i nodi da riformare:

1) il rapporto tra subordinazione e parasubordinazione (le collaborazioni);

2) il contratto a termine;

3) la separazione del lavoro dall’impresa (somministrazione, appalti, esternalizzazioni);

4) il lavoro nero;

5) i diritti di risarcimento del danno.

 Una precarietà «multiforme», perché compare sotto diversi tipi contrattuali, e interessa in modi differenti l’intero mondo del lavoro: i giovani del settore pubblico e del privato, bersagliati dai contratti a progetto e cococò; gli addetti del terziario, ricattati dai contratti a termine; quelli dell’industria, ridotti all’«usa&getta» con la somministrazione e le esternalizzazioni; i migranti (e non solo loro) costretti al lavoro nero. Fino agli stessi «garantiti», i dipendenti a tempo indeterminato: mosche bianche tra i nuovi assunti, poco tutelati dal licenziamento nelle piccole imprese, messi fuori «a pacchetti» con le cessioni d’impresa. Leggi il seguito di questo post »

Al corteo di Cgil, Cisl e Uil gli sfruttati di Eboli

Ant. Mas.

C’è anche una sparuta compagnia di lavoratori cinesi, con bandiera nazionale al seguito, nel corteo che procede verso il palco. E poi maghrebini, ivoriani, senegalesi, polacchi, rumeni: lavoratori di mezzo mondo venuti da tutta Italia. Soprattutto dal Mezzogiorno. Sfilano con i braccianti italiani, tra le bandiere unite dei tre sindacati, Cgil Cisl e Uil, e marciano al seguito di Gugliemo Epifani, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti. Poi c’è il ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero, il segretario di Rifondazione Franco Giordano e il presidente della regione Puglia, Nichi Vendola. E su tutti aleggia il fantasma di Giuseppe Di Vittorio, che delle lotte bracciantili, qui, fece una ragione di vita. Altri tempi.

Qui, ora, un bracciante su quattro è sfruttato fino all’osso. Se è clandestino rischia la schiavitù. A manifestare sono in trentamila. In centinaia senza permesso di soggiorno. Chiedono solo giustizia: un lavoro già ce l’hanno. Ma non nobilita nessuno: né loro, né il padrone che li sfrutta, né il caporale che li vende. «Se fossi in regola con i documenti – dice un ragazzo marocchino, che arriva dalla Campania – il lavoro potrei cercarmelo da solo. Senza essere sfruttato dal caporale e fare questa vita da schifo». Se fosse in regola. Leggi il seguito di questo post »

Al corteo di Cgil, Cisl e Uil gli sfruttati di Eboli

Ant. Mas.

C’è anche una sparuta compagnia di lavoratori cinesi, con bandiera nazionale al seguito, nel corteo che procede verso il palco. E poi maghrebini, ivoriani, senegalesi, polacchi, rumeni: lavoratori di mezzo mondo venuti da tutta Italia. Soprattutto dal Mezzogiorno. Sfilano con i braccianti italiani, tra le bandiere unite dei tre sindacati, Cgil Cisl e Uil, e marciano al seguito di Gugliemo Epifani, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti. Poi c’è il ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero, il segretario di Rifondazione Franco Giordano e il presidente della regione Puglia, Nichi Vendola. E su tutti aleggia il fantasma di Giuseppe Di Vittorio, che delle lotte bracciantili, qui, fece una ragione di vita. Altri tempi.

Qui, ora, un bracciante su quattro è sfruttato fino all’osso. Se è clandestino rischia la schiavitù. A manifestare sono in trentamila. In centinaia senza permesso di soggiorno. Chiedono solo giustizia: un lavoro già ce l’hanno. Ma non nobilita nessuno: né loro, né il padrone che li sfrutta, né il caporale che li vende. «Se fossi in regola con i documenti – dice un ragazzo marocchino, che arriva dalla Campania – il lavoro potrei cercarmelo da solo. Senza essere sfruttato dal caporale e fare questa vita da schifo». Se fosse in regola. Leggi il seguito di questo post »

A Firenze l’assemblea dei movimenti: «Attenzione ai governi amici»
Bocciata una prima bozza di piattaforma presentata dal Tavolo per la pace. Le associazioni discutono alla ricerca di nuove, possibili iniziative unitarie
Riccardo Chiari
Firenze

Passaggio difficilissimo per il movimento pacifista. «Se questa assemblea finisce con l’accettazione notarile delle posizioni esistenti – osserva Luciano Muhlbauer – diventa la celebrazione simbolica di un funerale. E torniamo a prima di Genova. Se invece riusciamo a trovare punti di convergenza, non tanto un accordo quanto un’interlocuzione, la porta resta ancora aperta per costruire iniziative unitarie». L’assemblea è quella dei movimenti per la pace e contro la guerra, (ben) organizzata dal nodo arcobaleno fiorentino e dagli Studenti di sinistra nel plesso universitario di matematica a Cereggi. Ci sono tutti o quasi, a poca distanza si ritrovano non per caso anche gli antagonisti toscani e i disobbedienti del nordest, che per oggi assicurano il loro ipercritico intervento. E’ la spia, non la sola, di una possibile frantumazione che ha molti padri.In sala gira la lettera aperta al movimento contro la guerra scritta da Piero Maestri e Felice Mometti. Si fotografa la fase di impasse. Si ricordano le priorità che deve avere un movimento autonomo dalle istituzioni (ritiro dall’Afghanistan, soluzione della questione palestinese, riduzione delle spese militari, chiusura delle basi Usa e Nato sul territorio, rifiuto di accordi militari con paesi in guerra). Soprattutto si segnala: «Per la prima volta il movimento ha mancato unitariamente una scadenza indetta dal social forum europeo di Atene». Una ferita aperta. «E non ci convincono i tentativi di dare vita a un movimento fiancheggiatore del governo, né ci convince l’uso puramente politico delle scadenze di movimento». Leggi il seguito di questo post »

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