agno1.jpg *Vittorio Agnoletto

L’interrogativo è semplice: «Quale dovrebbe essere il ruolo dei movimenti sociali in presenza di un governo di centrosinistra?»
La risposta potrebbe essere altrettanto semplice e forse anche scontata: «Mantenere e difendere la propria autonomia da qualunque governo».

L’autonomia dei movimenti è infatti un bene comune estremamente prezioso, soprattutto in Italia, dove la vittoria elettorale è giunta dopo anni di scontri politici durissimi. Vittoria resa possibile anche dall’importante ruolo svolto, spesso in solitudine, dal movimento dei movimenti fin dalle giornate genovesi del luglio 2001. Tutto ciò sembra facile a dirsi, ma è molto più difficile a farsi.  La prima vittima di questa difficoltà sembra essere il movimento della pace che, ieri di fronte al rinnovo della spedizione in Afghanistan e oggi perfino sulla solidarietà con il popolo palestinese, appare diviso. Questa certamente non è una novità. Ma la dialettica interna fino ad ora è stata la ricchezza del movimento italiano che, proprio grazie al suo pluralismo, ha potuto svolgere negli anni passati un ruolo di leadership internazionale che gli ha permesso di lanciare l’appello per la mobilitazione mondiale contro la guerra del 15 febbraio 2003.  Con l’avvio del governo di centrosinistra la situazione si è completamente modificata; la collocazione individuale o collettiva, associativa o sindacale nei confronti dell’esecutivo condiziona fortemente il dibattito interno al movimento e la scelta delle mobilitazioni da realizzare.

Accade così che chi si è collocato formalmente all’opposizione «da sinistra» al governo operi, in modo più o meno esplicito, per inserire in tutte le mobilitazioni elementi di schieramento antigovernativo. Sull’altro lato «i governisti» tendono a sterilizzare aprioristicamente le piattaforme di lotta su quella che, a loro parere, è la massima mediazione possibile con l’esecutivo. La discussione di merito resta sullo sfondo. Personalmente non ritengo interscambiabile l’attuale governo con il precedente, né penso che il tanto peggio corrisponda al tanto meglio. Proprio per questo credo che il modo migliore per evitare un inesorabile scivolamento del governo verso lidi sempre più moderati, destinati a riconsegnare il paese alla destra, sia mantenere fermi gli obiettivi che in questi anni hanno caratterizzato la storia del movimento italiano. Questo vale per
la Palestina come per l’Afghanistan.
Per tutte queste ragioni il 18 novembre manifesterò a Milano per sostenere – come dice l’appello firmato insieme a tanti amici e compagni del movimento pacifista – la soluzione dei «due popoli e due stati» con la costituzione di uno Stato Palestinese nei Territori occupati nel 1967, per ripristinare il diritto internazionale che prevede lo smantellamento del Muro, per la liberazione dei prigionieri, ma anche per esigere dal governo italiano lo sblocco degli aiuti al legittimo governo palestinese e la rottura dell’accordo di cooperazione militare fra Italia e Israele. Senza rinunciare a chiedere da subito una drastica riduzione delle spese militari in una finanziaria che, come ben documentato da Carta, le ha aumentate fino all’incredibile cifra di 20 miliardi di euro. Senza censurare la richiesta del ritiro delle truppe dall’Afghanistan, con l’obiettivo di giungere quanto prima a una grande manifestazione unitaria, di tutte le anime del movimento, contro il rifinanziamento della missione.
Il successo del corteo del 4 novembre testimonia che, nonostante tutto, il movimento non è poi così in cattiva salute come molti vorrebbero far credere.